Le polizze di responsabilità ambientale crescono, ma restano ancora un presidio raro nel sistema produttivo italiano. Secondo l’Osservatorio Pool Ambiente, solo lo 0,89% delle imprese dispone di una copertura per i danni alle risorse naturali. Il dato segnala un miglioramento rispetto al passato, ma conferma una fragilità strutturale: il rischio ambientale è sempre più concreto, può generare costi molto elevati e, quando l’impresa non è in grado di sostenerli, finisce per pesare anche sulla collettività. La conclusione è chiara: la polizza non sostituisce la prevenzione, ma può diventare uno strumento decisivo per rendere effettivo il principio “chi inquina paga”.
Polizze in crescita, ma sotto l’1%
Il 2023 segna un’accelerazione importante. Le polizze di responsabilità ambientale sottoscritte dalle imprese italiane passano da 6.558 a 8.696, con un incremento del 32,6%. È un salto significativo, superiore alla crescita registrata nel biennio precedente, e dimostra che il tema sta entrando con maggiore forza nell’agenda delle aziende.
Eppure, il dato complessivo resta molto basso. Meno di un’impresa su cento è assicurata contro i danni all’ambiente. Questo significa che la responsabilità ambientale continua a essere percepita come un rischio eventuale, lontano, oppure limitato ad alcune attività industriali. È una lettura riduttiva. La contaminazione di suolo, acque o falde può derivare anche da eventi accidentali, errori operativi, difetti manutentivi, attività presso terzi o gestione non corretta di impianti e depositi.
Il punto pratico è che molte imprese potrebbero non avere una protezione adeguata nel momento in cui il danno si verifica. Le estensioni per inquinamento accidentale presenti in alcune polizze di responsabilità civile generale, infatti, non sempre offrono una copertura completa per le spese di bonifica, ripristino e gestione dell’emergenza ambientale. Il rischio è quello di scoprire troppo tardi che la garanzia acquistata non basta.
I settori più esposti e il divario territoriale
La diffusione delle coperture cambia molto da settore a settore. Il comparto più assicurato è quello dei rifiuti, con una quota del 22,62%, anche per effetto dell’obbligo previsto in Veneto per le imprese del settore. Seguono il chimico, con il 14,08%, e il petrolifero, con il 6,55%. Sono numeri più alti della media nazionale, ma comunque non pienamente rassicuranti se rapportati alla natura dei rischi trattati.
Restano invece su livelli molto bassi settori ampi e rilevanti dell’economia: siderurgico e metalmeccanico si fermano allo 0,94%, i trasporti allo 0,64%, mentre il comparto civile, commerciale e turismo arriva appena allo 0,16%. Un segnale positivo arriva dalle attività presso terzi — edilizia, bonifiche, manutenzioni — dove le polizze sono quasi raddoppiate, passando da 1.540 a 2.789 contratti. In questo caso, la spinta sembra arrivare anche dalla crescente richiesta di garanzie nei rapporti contrattuali, pubblici e privati.
Il quadro territoriale conferma che la cultura del rischio e la presenza di regole incidono sulla diffusione delle coperture. Veneto e Friuli-Venezia Giulia guidano la classifica, rispettivamente con il 2,11% e l’1,11%, seguite da Basilicata, Lombardia e Umbria. Sono le sole cinque Regioni sopra la soglia dell’1%. Il Centro-Nord mostra valori mediamente più elevati, mentre il Sud resta più scoperto: la Campania è ultima con lo 0,42%. Anche qui, però, il trend è in crescita, con incrementi importanti nel triennio 2021-2023, soprattutto in Campania, Basilicata e Calabria.
Quando il danno diventa un costo pubblico
La responsabilità ambientale non è solo un tema assicurativo. È anche un tema economico, giuridico e sociale. Quando si verifica un danno e l’impresa non è assicurata, i costi di bonifica e ripristino ricadono direttamente sull’azienda. Si tratta di importi che possono oscillare tra 200.000 e 4 milioni di euro, con punte anche superiori nei casi di contaminazione della falda.
Per molte imprese, soprattutto piccole e medie, un esborso di queste dimensioni può compromettere la continuità aziendale. Se l’impresa fallisce o non è in grado di intervenire, il problema non scompare: si sposta. Il costo della bonifica può finire sulle finanze pubbliche, con tempi più lunghi, procedure più complesse e conseguenze dirette sui territori interessati.
Il tema dei siti orfani è emblematico. Secondo i dati richiamati dall’Osservatorio, i siti in cui il responsabile non è individuabile o non provvede sono centinaia e hanno già richiesto risorse pubbliche rilevanti. È qui che il principio “chi inquina paga” mostra la sua debolezza pratica: per funzionare davvero, non basta individuare un responsabile. Occorre che quel responsabile abbia anche strumenti economici idonei a sostenere gli interventi necessari.
Prevenzione e assicurazione devono camminare insieme
La lettura dei dati suggerisce una conclusione semplice: il mercato si sta muovendo, ma troppo lentamente rispetto alla dimensione del rischio. La responsabilità ambientale non può essere trattata come una copertura accessoria o riservata a poche industrie ad alto impatto. È una componente ordinaria della gestione del rischio d’impresa, soprattutto in un contesto in cui sostenibilità, rating ESG, appalti, filiere produttive e obblighi di compliance assumono un peso crescente.
La polizza non deve essere vista come una scorciatoia. Non autorizza a ridurre gli investimenti in prevenzione, manutenzione, controlli e formazione. Al contrario, funziona meglio quando si inserisce in un modello organizzativo consapevole, capace di mappare le sorgenti di rischio, prevenire gli eventi dannosi e reagire rapidamente in caso di incidente.
L’esperienza dei settori e dei territori più coperti mostra che obblighi mirati, incentivi e richieste contrattuali possono aumentare la diffusione delle garanzie. Una riflessione normativa, almeno per le attività più esposte, appare quindi opportuna. Senza trasformare l’assicurazione in un adempimento formale, il sistema dovrebbe valorizzarla come strumento di tutela dell’impresa, dell’ambiente e della finanza pubblica.
>La crescita del 2023 è un segnale incoraggiante. Ma il dato dello 0,89% resta il vero messaggio dell’Osservatorio: l’Italia produttiva è ancora largamente sottoassicurata di fronte a un rischio che non riguarda solo chi inquina, ma anche cittadini, territori e istituzioni.
di Laura Pelucchi – partner di La Scala Società tra Avvocati


