Spesso l’AI viene presentata come un algoritmo etereo che vive nel cloud, una sorta di entità invisibile capace di generare testi, immagini, previsioni. In realtà, l’AI si basa su infrastrutture che generano calore, rendendo il tema del raffreddamento dei data center una vera sfida tecnologica e industriale. Nel documento, Vertiv sottolinea gli elementi che consentono di passare dal raffreddamento ad aria a quello a liquido e motiva perché questa non è solo una scelta tecnica, ma una decisione strategica che impatta su costi e capacità di scalare i progetti di AI.
Lo scenario: l’AI è anche infrastruttura
L’esplosione dell’intelligenza artificiale non è solo una questione di software. Si parla di infrastrutture fisiche, di energia e soprattutto di capacità di dissipare quantità di calore mai viste prima. Molte aziende dispongono già di server, piccoli data center interni o sale macchine nate per gestire gestionali, ERP e posta elettronica. Ma l’AI è diversa. Le GPU – i processori che sono alla base dell’intelligenza artificiale e della sua capacità di calcolo – hanno densità di potenza molto più alte rispetto ai carichi tradizionali.
Se un rack standard di qualche anno fa dissipava tra i 5 e i 10 kW, oggi si parla di 100, 120 o addirittura 140 kW nello stesso spazio fisico. Per rendere l’idea: un rack è un armadio largo circa 60 cm e alto poco più di due metri. Dieci kW equivalgono grossomodo a cinque asciugacapelli alla massima potenza accesi contemporaneamente. Ma 130 kW sono come settanta asciugacapelli concentrati nello stesso volume. È evidente che, a queste densità, il raffreddamento ad aria non è più sufficiente a sostenere stabilità e sicurezza operativa.
Dal raffreddamento ad aria al raffreddamento a liquido
Per questo il raffreddamento a liquido non è una moda tecnologica, ma un passaggio inevitabile. Il principio è lo stesso che ha guidato l’evoluzione dell’automotive: quando la potenza dei motori è aumentata, il raffreddamento ad aria non è più stato sufficiente e si è passati al liquido.
Nei data center accade qualcosa di analogo. Il calore viene intercettato direttamente dove nasce – sulla GPU – e trasferito attraverso una rete secondaria di fluido verso uno scambiatore primario. In sostanza, è il principio del radiatore applicato a un’infrastruttura digitale ad altissima densità.
Il calore come sottoprodotto del vantaggio competitivo
La vera questione, però, non è solo tecnica. Il calore è il sottoprodotto della potenza di calcolo. E la potenza di calcolo è uno dei principali moltiplicatori competitivi delle imprese. Un imprenditore, che fino a due anni fa impiegava settimane per produrre documentazione tecnica in più lingue, oggi può arrivare al 90-95% del risultato in pochi minuti grazie all’AI. Questo significa comprimere drasticamente i tempi di go-to-market, migliorare la qualità e presidiare mercati globali anche con risorse limitate.
L’evoluzione di Vertiv e i centri di competenza italiani
Fondata nel 1964 come realtà focalizzata sull’information technology, Vertiv è cresciuta accanto alle grandi trasformazioni dell’informatica: prima i calcolatori mainframe, poi i server e infine la rivoluzione di Internet. Con l’acquisizione da parte di Emerson Electric, lo spin-off del 2016 e la successiva quotazione al New York Stock Exchange nel 2020, il filo conduttore è rimasto lo stesso: sviluppare infrastrutture evolute capaci di supportare continuità, efficienza e scalabilità. In Italia, tra Padova e Bologna, si sono sviluppati importanti centri di competenza dedicati a raffreddamento ed energia. Non si tratta di semplici laboratori. Sono ambienti in cui i prodotti vengono testati in condizioni estreme, un po’ come una supercar in pista prima di essere consegnata al cliente. Perché un data center che ospita carichi AI non può permettersi interruzioni. È, di fatto, il sistema nervoso dell’impresa.
Data center hyperscale e opportunità per le PMI
Il mercato sta assistendo alla nascita di grandi data center da decine o centinaia di megawatt, i cosiddetti hyperscale o colocation. Ma l’Italia è fatta soprattutto di piccole e medie imprese. Ed è qui che emerge un punto cruciale: l’AI non è riservata ai grandi player. Anche le PMI possono adottarla, scegliendo se collocare i propri carichi in grandi infrastrutture esterne oppure sviluppare soluzioni modulari e scalabili, progettate per crescere nel tempo. Da dove partire? Per un imprenditore che vuole integrare l’AI, il primo passo non è comprare una GPU. Il punto di partenza è analizzare l’infrastruttura esistente: capacità elettrica, sistemi di raffreddamento, spazio disponibile, continuità operativa.
Occorre capire se l’ambiente è pronto a sostenere densità di potenza più elevate. E soprattutto serve una strategia: dove voglio portare la mia azienda nei prossimi cinque anni? L’AI è uno strumento. Non è il fine.
L’AI come tema culturale e la velocità di apprendimento come vantaggio competitivo
Spesso identifichiamo l’AI con strumenti noti al grande pubblico. In realtà l’AI è molto di più: ottimizzazione dei processi produttivi, manutenzione predittiva, simulazioni industriali, progettazione generativa, analisi dei dati in tempo reale. È una pratica, non un oggetto. E come ogni pratica richiede apprendimento. Un’immagine efficace è quella dell’esploratore.
Chi conosce perfettamente il territorio ma si muove a piedi può essere superato da chi dispone di un mezzo più veloce, anche se ogni tanto sbaglia strada. La velocità di apprendimento diventa quindi un vantaggio competitivo. Sbagliare rapidamente, correggere, iterare: è questo il paradigma che caratterizza i grandi ecosistemi tecnologici globali. Per le imprese il messaggio è chiaro: conoscenza, competenza e visione. Non si tratta più di crescere del 10% anno su anno. In alcuni settori l’AI abilita veri e propri salti di scala: due, tre o quattro volte tanto. Ma questi salti richiedono fondamenta solide: energia adeguata, raffreddamento efficiente, architetture modulari e partner tecnologici affidabili.
L’AI come infrastruttura industriale
L’AI non è solo software che gira nel cloud. È hardware, è infrastruttura, è progettazione. È, a tutti gli effetti, un piano industriale. Significa essere in grado di realizzare un progetto in pochi mesi senza compromettere sostenibilità e controllo dei costi. Significa comprendere che il calore prodotto da una GPU è il segno tangibile di un’azienda che sta calcolando, apprendendo e innovando.
In fondo, la collaborazione è il principio stesso su cui si basano le GPU: migliaia di piccoli core che lavorano insieme per produrre un risultato straordinario. Allo stesso modo, imprese, università, fornitori di tecnologia e territori devono collaborare per costruire un ecosistema capace di competere a livello globale.
Trasformare il calore in valore
Questa è la vera lezione. L’AI non è un destino inevitabile da subire, ma un’opportunità da progettare. Per farlo serve un’infrastruttura all’altezza. Serve la capacità di trasformare il calore in valore. Serve la volontà di guardare oltre il breve termine e investire oggi per essere rilevanti domani.
Il cuore dell’AI batte nei data center. Sta a noi decidere come alimentarlo, come raffreddarlo e soprattutto come usare la sua potenza per far crescere le nostre aziende.
Di Stefano Mozzato, vice president marketing Emea di Vertiv


