Hotel vs crociere: il “dumping fiscale” minaccia il real estate turistico mediterraneo

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Nel panorama degli investimenti nel settore dell’ospitalità, una disparità strutturale sta alterando gli equilibri di mercato tra il settore immobiliare alberghiero tradizionale e l’industria delle crociere. Mentre gli investitori immobiliari devono fare i conti con tassazioni locali, Imu, Iva e oneri ambientali crescenti, i cosiddetti hotel galleggianti continuano a navigare in un regime di vantaggio fiscale che appare sempre più anacronistico e distorsivo.

La disparità: 40% di tasse in meno rispetto agli hotel

Secondo le recenti analisi condotte da Transport & Environment, un pernottamento a bordo di una nave da crociera è tassato, in media, il 40% in meno rispetto a una notte in una struttura alberghiera terrestre. Se si analizza il peso fiscale sul prezzo di una camera, in Italia un cliente in hotel paga circa il 25% in tasse, mentre per la medesima spesa su una nave la quota scende al 15%.

Il divario diventa abissale nel segmento del lusso: le crociere d’alta gamma arrivano a pagare fino a sette volte meno tasse rispetto agli hotel di lusso sulla terraferma. In queste strutture d’élite, le tasse rappresentano il 20% del prezzo del pernottamento, contro un misero 3% pagato dai turisti più facoltosi a bordo delle navi.

Il tema della classificazione giuridica

Il nodo della questione risiede nella natura ibrida delle navi da crociera. Sebbene oggi siano vere e proprie destinazioni turistiche dotate di piscine, ristoranti e centri commerciali, legalmente sono ancora classificate come mezzi di trasporto marittimo.

Questa classificazione permette loro di beneficiare di esenzioni storicamente pensate per il commercio globale e il trasporto merci, tra cui:

esenzione dalle accise sui carburanti fossili;
esenzioni o regimi agevolati sull’Iva per i viaggi internazionali;
regimi di tonnage tax e agevolazioni sulle imposte societarie.

Per il mercato del real estate, questo configura una possibile distorsione della concorrenza, poiché le navi competono per gli stessi budget dei turisti, ma senza sopportare i costi fiscali legati alla proprietà immobiliare e alle infrastrutture locali.

Il costo delle esternalità

Oltre alla disparità fiscale, emerge il tema delle esternalità negative. Le navi da crociera sono le imbarcazioni con la più alta impronta di carbonio al mondo: una sola nave emette mediamente gas serra quanto 19.000 auto in un anno.

Nel 2025, l’inquinamento atmosferico e le emissioni di gas serra del settore sono costati alla comunità, tra Italia, Francia e Spagna, una cifra stimata tra 790 milioni e 1,3 miliardi di euro. In particolare, per l’Italia, il costo sociale e ambientale è di circa 500 milioni di euro all’anno. Attualmente, le entrate derivanti dal sistema Ets (Emission trading system) dell’Ue coprono solo una frazione minima di questi costi, lasciando un enorme gap a carico dei bilanci pubblici.

Le prospettive

l’introduzione di tasse nazionali sui biglietti delle crociere. Un prelievo di 15 euro per passeggero per ogni scalo potrebbe generare in Italia un gettito annuo di circa 145 milioni di euro. Tali risorse potrebbero essere reinvestite nell’elettrificazione delle banchine portuali (onshore power supply) e nella tutela degli ecosistemi costieri.

Mentre città come Venezia, Barcellona e Amsterdam hanno già iniziato a imporre restrizioni, divieti d’accesso ai centri storici o tetti al numero di passeggeri, la sfida per il legislatore europeo resta quella di allineare la tassazione delle crociere a quella del turismo terrestre. Senza una riforma sistemica dell’IVA e delle accise sull’energia, gli hotel “fisici” continueranno a operare in una condizione di svantaggio competitivo rispetto ai loro giganti galleggianti.

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