Il Piano Casa 2026 introduce un intervento rilevante per il settore edilizio, con l’obiettivo di rendere disponibili circa 100mila alloggi in dieci anni, anche attraverso il recupero di circa 60mila immobili pubblici oggi inutilizzati e l’attivazione di risorse fino a 10 miliardi di euro. Si tratta di un’impostazione coerente con le esigenze di rigenerazione urbana e di valorizzazione del patrimonio esistente, con effetti potenzialmente positivi per l’intera filiera delle costruzioni.
Tuttavia, per valutare l’efficacia reale di questo intervento, è necessario considerare il contesto in cui si inserisce. Oggi, per molte famiglie, il principale elemento di pressione non è soltanto l’accesso all’abitazione, ma il costo della sua gestione, a partire dall’energia. In Italia oltre il 70% degli edifici residenziali si colloca nelle classi energetiche E, F e G; più di 2 milioni di famiglie si trovano in condizioni di povertà energetica e la dipendenza energetica nazionale supera il 72%.
Questo significa che una parte rilevante del disagio abitativo è legata direttamente ai consumi e, quindi, al livello delle bollette.
In questo quadro, aumentare la disponibilità di alloggi è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Senza un intervento strutturale sulla riduzione dei consumi energetici degli edifici, il rischio è di non incidere sul nodo principale che condiziona il benessere delle famiglie più fragili. La leva più efficace, in questo senso, è proprio la riqualificazione energetica del costruito, perché agisce in modo diretto sulla riduzione dei costi di utilizzo dell’abitazione.
Il Piano Casa può dunque esprimere pienamente il suo potenziale solo se integrato con una strategia energetica coerente, in linea con gli obiettivi europei di riduzione dei consumi degli edifici residenziali – pari ad almeno il 16% entro il 2030 e fino al 20-22% entro il 2035.
Strumenti già disponibili, come il Conto Termico, che mobilita circa 900 milioni di euro annui con incentivi fino al 65% per i privati e al 100% per la pubblica amministrazione, possono rappresentare un supporto concreto per interventi sull’involucro e sugli impianti, con effetti misurabili su consumi e bollette.
Il confronto europeo conferma questa impostazione.
In Spagna, il piano nazionale prevede interventi su 7,16 milioni di abitazioni, con una riduzione del 59,4% del consumo di energia primaria e investimenti pari a circa 39,35 miliardi di euro nel periodo 2026-2030. Più che i volumi, emerge una differenza di approccio: una pianificazione integrata tra politiche abitative ed energetiche, orientata in modo esplicito alla riduzione dei consumi.
L’esperienza operativa dimostra la concretezza di questa direzione. Nel periodo 2021-2025, Rete Irene ha realizzato 230 interventi di riqualificazione su edifici esistenti, con un efficientamento medio del 68,25% e il raggiungimento delle classi energetiche più performanti in oltre il 90% dei casi. Si tratta di risultati che evidenziano come la riduzione dei consumi sia una leva immediata e misurabile per migliorare la sostenibilità economica dell’abitare.
In sintesi, il Piano Casa rappresenta un passo importante, ma per incidere realmente sulle condizioni delle famiglie deve evolvere da intervento sull’offerta a politica integrata. Garantire una casa è fondamentale, ma renderla sostenibile nei costi, attraverso la riduzione dei consumi energetici, è la condizione decisiva per affrontare in modo strutturale il tema del benessere abitativo.
di Manuel Castoldi – presidente di Rete Irene

