Scelta del colore e gestione degli spazi per una migliore qualità dell’abitare e per il proprio benessere

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Intervista tutorial con l’arch. Cristina Polli, docente FIMAA MiLoMB e CAPAC, specializzata in tema del colore applicato in ambito residenziale, commerciale, urbano, educativo, anche rispetto all’impatto psicologico. Autrice di molte pubblicazioni tematiche e docente al NCS Colour Centre Italia e, tra gli altri, per KEIM Farben, Cristina Polli ha gestito le lezioni di teoria e tecnica del colore, percezione degli spazi e delle forme ed uso di materiali ecocompatibili al corso FIMAA MiLoMB con CAPAC per la Certificazione delle Competenze degli Home Stager.

Dopo la pausa estiva FIMAA MiLoMB proporrà dei corsi in tema di “spazi e colori” con l’arch. Cristina Polli, progettati appositamente per Agenti Immobiliari e Home Stager, con l’obiettivo di allargare le competenze degli operatori in un mercato sempre più attento anche alla psicologia del Cliente e alle sue esigenze di una maggiore qualità dell’abitare.

Mettere al centro la persona significa progettare condizioni percettive coerenti con le necessità di benessere, condizioni utili a rendere gli spazi abitati e vissuti adeguati ai gesti, alle azioni e ai comportamenti che vi si compiono. Significa ridare una qualità ambientale necessaria, che comprende tutti e il tutto, con la consapevolezza che ognuno di noi è un sistema corpo/cervello, dove ogni elemento vitale è collegato agli altri; pensiamo, ad esempio, a come ci rapportiamo al mondo attraverso i nostri sensi e le risposte corporee interne. Se vediamo una rifinitura ruvida su una parete, sentiamo l’effetto sulla mano ancora prima di toccarla, perché ogni materiale di cui facciamo esperienza per mezzo visivo, viene esperito attraverso la simulazione tattile. Pertanto, un ambiente respingente – e ci sono molti modi per essere percepito respingente, dallo spazio degradato, sporco, a quello asettico, deprivato, privo di informazioni utili, per fare solo banali esempi – provoca reazioni negative, che vanno dall’ansia, alla paura, al rifiuto, al senso di isolamento. Al contrario, un luogo accogliente, comunicativo, rispondente ai nostri bisogni psicofisiologici, crea sensazioni di benessere: qui ci muoviamo meglio, relazioniamo meglio, ci sentiamo sicuri e rassicurati.

Poiché consapevoli di essere umani incarnati, capaci di codificare e tradurre gli stimoli esterni in azioni potenziali, sappiamo che il contatto con l’ambiente è condizionato dalle nostre risposte fisiologiche ed emotive e che noi osservatori siamo parte del mondo (colorato) che osserviamo. C’è una condizione di reciprocità biunivoca tra noi e l’ambiente nel quale viviamo e il colore funge da elemento base per costruirci l’idea dell’ambiente che ci circonda.

Quando valutiamo un ambiente, per noi è importante “riconoscere” caratteristiche note e avere degli input positivi. L’osservatore che per la prima volta entra in una stanza sa comprendere subito, per esempio, com’è illuminata e nota il colore che veicola informazioni immediate. Individua i vari elementi che compongono lo spazio e li registra come accoglienti/positivi o respingenti/dannosi. Rimane colpito dalla salienza di alcuni particolari che verranno fissati nella memoria (positivamente o negativamente) in quanto ciò che ci colpisce e cattura la nostra attenzione ha più probabilità di essere poi ricordato. Rileva con facilità differenze e mutamenti perché i nostri sensi – e quindi i nostri occhi – ricercano i contrasti; per il nostro cervello, infatti, una scena più ricca di informazioni è comunicativa, leggibile, evocativa, stimolante e/o rilassante. Non per ultimo poi, l’osservatore, prende atto dei significati culturali presenti, in quanto la nostra percezione non può trascendere da un trascorso anche culturale, soggettivo e intersoggettivo.

Va da sé che, se parliamo di progetto cromatico, non possiamo prescindere dall’analisi sull’essere umano e dal suo stare nel mondo: per questo abbiamo bisogno di conoscere le sue necessità biologiche e percettive.

Un progetto che colloca al centro la persona, si deve porre, tra le tante, anche queste domande: quale senso si deve dare a questo spazio? Quali significati? Che emozioni potrebbe produrre? A quali e quanti bisogni deve rispondere? È un progetto che rispetta il corpo, le relazioni, i gesti, i comportamenti? Come si muove il corpo in questo spazio? E come si comporta? Quali azioni vanno implementate? Quali elementi devono risaltare e quali invece essere occultati? Quanto immaginativo e suggestivo può divenire lo spazio? E come può ampliare le possibilità di esperienza e conoscenza del fruitore/percettore?

Parliamo di bisogno di bellezza.

Ormai gli studi delle moderne neuroscienze confortano il fatto che la dimensione estetica, di cui abbiamo bisogno, è riconducibile a quella dell’etica, mettendo in relazione la nostra costituzione mentale e neurologica con i fenomeni artistici e non solo. Il desiderio di un ordine percettivo e l’esperienza data dal nostro corpo che si muove nello spazio, ci conducono ad avere costantemente un rapporto vivo, emozionale, neuronale, con l’ambiente, con l’architettura. Ciò che osserviamo, come già esposto, può evocare reazioni empatiche automatiche nel cervello, a cui si aggiungono fattori culturali, esperienziali, cognitivi. L’essere umano reagisce all’ambiente attraverso una “coralità sensoriale” orientata dalle necessità biologiche di specie e dal vissuto – quindi anche culturale, antropologico, simbolico – dei singoli. Non è pertanto possibile progettare e/o ridefinire lo spazio abitato, curando solo gli aspetti collegati a un unico senso (la vista) così come non si possono escludere l’esperienza, il vissuto, la memoria di chi vive in un dato luogo, poiché essi danno significato all’esserci, in quel luogo. Progettare lo spazio vissuto significa rispondere ai bisogni psicofisiologici dei percettori per creare luoghi di benessere, ricordando che modificare l’ambiente comporta modificare il cervello, che si adatta all’ambiente processando le informazioni ricevute. Il colore, in quanto elemento percettivo biologico e culturale ben riconoscibile, diventa un vero e proprio strumento progettuale e in un certo qual modo ci aiuta a dare un senso, ad attribuire un nostro specifico significato a ciò che stiamo osservando.

Detto ciò, fa riflettere il fatto che la bellezza sia collegata alle nostre risposte neuronali e che ci metta in condizione di attivarci, di renderci partecipi all’esperienza del mondo. Esperire il bello e effettuare la ricerca del bello si ricollega alle nostre emozioni e al nostro voler trovare una molteplicità di senso in ciò che osserviamo. Nella bellezza, che scatena evocatività e suggestioni, vi è un valore che racchiude i concetti di etica ed estetica, concetti che dovrebbero congiungersi nell’atto progettuale. Aggiungerei al concetto di “bellezza” anche quello di “gentilezza”, termine poco di moda in un mondo veloce e spesso individualista. Come abbiamo bisogno di bere per esistere e sopravvivere, così abbiamo urgenza di gentilezza, che sentiamo come una mancanza, come un vuoto da riempire. Nel progetto inclusivo non è possibile escludere la gentilezza, che fa parte non soltanto dell’atto comunicativo nei confronti dell’altro, ma che diventa una pratica, una risposta, addirittura un mezzo per progettare. Possiamo parlare di “design gentile”? Sì certo, perché no? È quel design che si prende cura dell’altro, che accoglie e protegge. Che con attenzione cerca di comprendere i precettori nella loro complessità, perché solo individuando complessità e peculiarità potrà dare delle risposte efficaci e davvero mirate. Ed è quel design che ci permette di offrire all’altro ambienti dove la bellezza, l’ordine percettivo, emozionano e rispondono davvero al nostro istintivo bisogno di armonia intesa come equilibrio.

Il senso dell’abitare e l’utilizzo del colore nello spazio privato. Lo spazio abitativo oggi ha cambiato dimensione: si è aperto all’esterno accogliendo strumentazioni informatiche e spazi di lavoro; si è conformato a modelli di vita non solo tradizionali (nuclei familiari), ma anche a esigenze differenti di vita (single, coppie senza figli, famiglie allargate, presenza di animali domestici, ecc.); si sta sempre più connotando come luogo rigenerante e creativo a misura d’uomo. Le persone cercano di trovare nella propria casa, non solo risposte funzionali, ma risposte a bisogni più profondi, legate alla voglia di vivere spazi consoni alle loro personalità. C’è chi cerca negli spazi domestici soprattutto la sicurezza e la protezione; chi il desiderio di sentirsi realizzato come essere umano; chi un momento di gioco e di espressività; chi la pace ed il relax; chi la convivialità e la comunicazione. Sono tanti aspetti che poi dovrebbero in realtà coesistere in uno stesso ambiente abitativo.

La casa dovrebbe essere simile a colui che la abita.

“Abitare”, quindi, come un “riconoscersi” negli spazi domestici. Spazi che nel tempo accolgono i gesti quotidiani, la crescita interiore di tutti gli abitanti, il continuo divenire e rapportarsi con se stessi, con gli altri, con l’ambiente attorno. Abitare, anche, come senso di “spiritualità”, di bellezza.
Tutti noi abbiamo pensieri, emozioni, sentimenti, desideri, volontà, bisogni; cerchiamo il nostro posto nel mondo, il nostro io e un luogo dove abitare per esprimerci per ciò che siamo, magari per rafforzare la nostra autostima. Abitare è dare e trovare significati.

Va sottolineato che ogni ambiente privato (l’abitazione e le sue aree specifiche) andrebbe valutato di volta in volta, caso per caso, insieme ai committenti. Dopo un’accurata analisi dello stato dell’arte dello spazio fisico, dovrebbero essere presi in considerazione soprattutto i bisogni di chi abita lo spazio da progettare; bisogni che sono psico-fisici, non soltanto funzionali e che partecipano alla stesura di tutto il progetto. Le persone non solo hanno gusti, passioni e riferimenti propri, ma anche proprie mappe mentali e schemi che vanno conosciuti e rispettati. Il processo progettuale necessita di un’attenta conoscenza dell’altro, basata sull’ascolto.

Sappiamo che usare il colore nella progettazione di ambienti è un’operazione utile sotto molteplici aspetti. Esso, per esempio, può divenire una vera e propria risposta progettuale a istanze fisiche e percettive a livello spaziale: si può allargare, restringere, oscurare, illuminare, abbassare, alzare, scaldare, raffreddare, eccetera, uno spazio; ed è vero, del resto, che attraverso la componente cromatica restituiamo significati, emozioni e operiamo sulla stimolazione del percettore. In ogni caso il colore può diventare un efficace portatore e veicolo di comfort e di benessere.

Utile inserire la componente cromatica in un sistema policromatico, con accostamento di colori in equilibrio con i materiali esistenti. La policromia è più in sintonia con l’uomo, piuttosto che un ambiente monocromatico e agevola la messa in coerenza percettiva, mettendo in relazione tra loro i vari aspetti dell’ambiente. Del resto, la scena naturale – dalla quale è utile partire per estrapolare suggerimenti progettuali – ci conferma che mai in tale contesto vi è la presenza di un unico colore, di una sola forma o di un’unica materia, ovvero di un unico stimolo.

Attraverso la policromia, inoltre, si può stabilire un legame tra i vari ambienti della casa mediante uno o due colori base – colore/i dominante/i – e contemporaneamente creare della variabilità con altre sfumature per dare identità a ogni stanza. Ci possono essere in aggiunta colori intermedi e accenti colore, dove non è detto che l’accento colore debba essere molto cromatico. Possiamo inserire degli accenti colore attenuati/desaturati che si accompagnano percettivamente allo scenario globale, utilizzandoli anche negli arredi, nei tessuti, nei componenti d’arredo, senza per forza (o solo) collocarli in parete. La cromaticità alta invece va calibrata: grandi campiture troppo vivaci con il tempo possono stancare, mentre piccoli particolari nello schema ideato o presenti nell’arredo sono stimolanti e attirano l’attenzione dell’osservatore. Se si interviene con il colore sulle pareti, è sconsigliato lasciare il soffitto bianco, percepibile come un vuoto. Nell’insieme va creato un dialogo tra pareti, soffitti, pavimenti, oggetti, vuoti e pieni, destinazioni d’uso, ove il colore riordina e mette in coerenza tra loro i vari elementi.

Dobbiamo sempre ricordare che noi percepiamo l’insieme spazio nella sua globalità e osserviamo ogni parte di questo insieme, soppesando e interpretando i vari elementi. Ciò significa che, nell’osservazione di un arredo, diamo valore a ciò che vi è attorno, dietro, sopra e sotto quell’arredo. Creare sfondi o particolari non è un’azione superficiale, ma è definire la scena del visibile. Essi contribuiscono a individuare cosa mettere in evidenza, quali angoli, aree e zone; cosa delineare con più forza e cosa posizionare in secondo piano; cosa è caratterizzante e ha valore affettivo. Ci tengo a chiarire che questi sono suggerimenti e non regole prestabilite. Come dicevo ogni progetto è diverso, in modo particolare se ci riferiamo a spazi privati.

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