Se fino a qualche tempo fa nel parlare di Co-housing si faceva riferimento prettamente agli appartamenti in condivisione per studenti universitari, oggi il contesto sta mutando e questo fenomeno si sta espandendo sempre più in modo trasversale per età a un’ampia fetta di popolazione. La casa, è vero, resta uno spazio personale e privato per la maggioranza degli italiani, ma è anche vero che la percentuale di coloro che si dichiarano disposti a scoprire una modalità ibrida di abitare si mostra in crescita: gli ultimi dati tratti dalla ricerca Radar – SWG sul tema rilevano come il 15% degli intervistati evidenzi la necessità per la casa di evolvere verso vere forme comunitarie onde contrastare fenomeni di solitudine e di individualismo crescenti, soprattutto fra i senior. Con l’emergere di nuove esigenze diventa indispensabile fornire nuove risposte.
Spazi e servizi condivisi, dalle cucine alle aree ricreative, dai giardini a zone di coworking, fino ai servizi di supporto quali pulizie o manutenzione, sono sempre più richiesti, in particolare da parte di persone anziane attive e indipendenti che desiderano costruire e mantenere relazioni concrete. Ma non solo: giovani lavoratori o studenti in cerca di flessibilità e socialità oppure adulti che stanno attraversando delicate fasi di cambiamento, come divorzi o trasferimenti in una nuova città.
Insomma, condividere spazi e servizi è sempre più spesso visto come un aiuto in momenti di vita differenti.
Per individuare come tali trasformazioni stiano impattando e quanto potranno ancora avere conseguenze in futuro, in ambito immobiliare per senior e per i più giovani ne abbiamo parlato con Flavio Bassanini, vicepresidente vicario FIMAA MiLoMB, e con Claudio Nizzoli, rappresentante del Gruppo Giovani FIMAA MiLoMB e consigliere Gruppo Giovani Confcommercio MiLoMB.
“Da senior in tutti sensi, sia per l’età anagrafica che per gli anni di carriera come agente immobiliare – afferma Bassanini – ritengo che questo fenomeno vedrà scenari attualmente in fase di studio. Considerando in particolare il parco immobiliare presente in molte delle nostre città, la presenza di abitazioni con barriere architettoniche evidenti quali mancanza di ascensori o con accessi di dimensioni limitate, vani scala ripidi e altro costringono le persone ad una vita con pochissime relazioni umane per la non totale indipendenza motoria. Inoltre, gli oneri condominiali ormai incidono pesantemente sul bilancio familiare, con conseguente impossibilità di affrontare interventi straordinari per migliorare la qualità delle abitazioni stesse. È un argomento che mi appassiona molto” dichiara Bassanini, precisando che “costruzioni che permettano di avere la propria indipendenza con locali d’uso comune per socializzare e condividere momenti della giornata insieme migliorerebbero certamente la qualità della vita di molte persone”.
Ai primi posti fra i bisogni cui il Co-housing potrebbe figurarsi come una soluzione ottimale, la maggior parte degli intervistati ha indicato la ricerca di occasioni di socialità e convivialità e il desiderio di vivere in contesti più sicuri. A dare questo tipo di risposta sono soprattutto gli Over65 che evidenziano l’esigenza di sentirsi meno soli durante la propria quotidianità e la volontà di ricreare una dimensione di vicinato e di prossimità di quartiere che oggi per certi aspetti stanno un po’ scomparendo.
Vivere in Co-housing porta dunque con sé numerosi lati positivi, e tuttavia non si possono tralasciare gli eventuali “rischi” di questo tipo di convivenza. Centrale in questo senso la tematica della privacy personale, che secondo il 37% degli Over65 intervistati potrebbe subire un calo, come anche il potenziale rischio di perdere in parte la propria indipendenza economica. Da notare poi l’eventualità che vivere insieme ad altre persone estranee al proprio nucleo familiare porti alla costruzione di ambienti simili a bolle, che tendano a escludere dalla società esterna facendo perdere a queste persone la sensazione e il valore della propria indipendenza come individui. Queste opzioni rappresentano comunque un ideale minoritario: solo il 9% dei soggetti senior intervistati ha sollevato il rischio che queste nuove soluzioni abitative rappresentino il passaggio a una condizione di dipendenza, a fronte di un 41% per il quale condividere spazi, stanze, abitudini e servizi rappresenti al contrario un modo per mantenere le relazioni e rimanere attivi.
Alle parole di Bassanini, spostando il tema sulle generazioni più giovani, fanno eco quelle di Nizzoli, che sottolinea quanto sia “opportuno avviare una riflessione sul tema della qualità della vita nelle società contemporanee. Le giovani generazioni, in particolare, sono oggi immerse in ritmi estremamente frenetici che, uniti all’uso intensivo dei social media, possono favorire dinamiche di isolamento e progressiva disconnessione dalla dimensione collettiva. Tale fenomeno non riguarda esclusivamente i giovani, ma coinvolge anche la popolazione senior: si tratta di due generazioni che, seppur con modalità differenti, stanno subendo gli effetti di un medesimo cambiamento sociale ed economico. L’aumento dei costi abitativi e la conseguente trasformazione dei quartieri hanno infatti ridotto la presenza di spazi e servizi dedicati all’aggregazione. Tuttavia – prosegue Nizzoli – osservando il contesto internazionale, emerge una tendenza opposta: gli investimenti nei modelli di co-housing e di senior living stanno assumendo un ruolo sempre più strategico. Questi modelli abitativi – prosegue Nizzoli – promuovono infatti la convivenza e l’interazione tra diverse fasce d’età, recuperando in chiave contemporanea quella dimensione comunitaria che in passato si esprimeva spontaneamente, ad esempio nei cortili condominiali, luoghi di incontro e socialità per bambini e famiglie. Anche in Italia, e in particolare a Milano, si stanno sviluppando progetti di co-housing e di senior living che offrono soluzioni abitative integrate con servizi condivisi, quali palestre, biblioteche, spazi ricreativi e aree di coworking, favorendo così uno stile di vita più collaborativo e inclusivo. Affinché tali iniziative possano avere un impatto reale e diffuso è tuttavia fondamentale garantirne l’accessibilità economica, attraverso canoni sostenibili o strumenti di sostegno pubblico, come bandi e programmi dedicati, che consentano l’ingresso a soggetti in possesso di specifici requisiti. Inoltre, a seguito della pandemia, abbiamo assistito a un’evoluzione significativa nella progettazione degli edifici residenziali sempre più orientata all’integrazione di spazi comuni flessibili e multifunzionali. Questi ambienti – conclude Nizzoli – sono concepiti per adattarsi alle diverse esigenze degli abitanti, rappresentando un elemento chiave per favorire la socialità e la costruzione di nuove relazioni all’interno delle comunità abitative”.
di Sofia Gennario – segreteria FIMAA MiLoMBcohousing abitare

