Lo Tszunami blu travolge Trump, le conseguenze su mercati e mattone

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Il Partito Democratico ha conquistato la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre, determinando una netta battuta d’arresto per l’amministrazione guidata da Donald Trump. I dati elettorali e le ricostruzioni giornalistiche convergono nell’assegnare ai democratici circa 255 seggi alla Camera contro i 180 dei repubblicani, e 54 seggi al Senato contro 44. L’elettorato sembra avere decido di punire l’esecutivo per le promesse isolazioniste disattese e per la spinta inflazionistica derivante dal coinvolgimento militare in Medio Oriente.

Con la perdita di entrambi i rami del parlamento, la presidenza repubblicana si trasforma in una classica anatra zoppa, mentre Washington entra in una fase di governo diviso in cui la Casa Bianca dovrà ricorrere al potere di veto per arginare le iniziative legislative della nuova maggioranza. Potere di veto che però, va ricordato, è ridotto da alcuni limiti e, in particolare, per quanto riguarda la legge di bilancio o leggi economiche il veto presidenziale deve essere integrale, ossia con l’effetto di respingere l’intera norma, mentra non è possibile per il presidente cassarne solo una parte. In pratica questa svolta politoca ridimensiona le aspettative degli operatori internazionali, sbarra la strada a riforme fiscali prive di coperture finanziarie e introduce una moderazione che incide direttamente sui tassi d’interesse, sui mercati finanziari e sulla finanza immobiliare.

La risposta immediata dei mercati tra azionario, debito sovrano e materie prime

La prima reazione delle piazze finanziarie ha fornito una cartina di tornasole dell’umore degli investitori, orientati a leggere l’esito delle urne come una decisa riduzione del rischio politico e fiscale.

Secondo la cronaca di mercato tracciata da numerosi media, i listini europei hanno accelerato con vigore, guidati da Piazza Affari dove il Ftse Mib ha messo a segno un balzo del 2,3% grazie alla corsa delle banche. UniCredit e Intesa Sanpaolo hanno guadagnato il 5,2%, seguite da Bper e Mps con il 4,8%, mentre lo Stoxx bancario europeo saliva del 4,4%. Anche Madrid è cresciuta del 2,9%, Francoforte e Parigi dell’1,5% e Londra dell’1,2%. Oltreoceano, i future sui listini statunitensi hanno superato i timori iniziali portando il Dow Jones a un rialzo dell’1,5%, l’S&P 500 dell’1% e il Nasdaq su guadagni vicini al punto percentuale.

La composizione settoriale ha mostrato una netta rotazione degli impieghi. Le analisi di Morningstar segnalano che i titoli legati alle energie rinnovabili hanno avviato un vigoroso recupero, sostenuti dalla prospettiva di una difesa parlamentare delle misure di transizione ecologica, con rialzi rilevanti per gruppi come Ørsted, Vestas e Nordex. Al contrario, il comparto della difesa ha ceduto terreno per via del previsto controllo parlamentare sulle spese belliche, con flessioni che hanno colpito BAE Systems, Babcock, Rheinmetall e l’italiana Leonardo.

Cautela diffusa ha interessato pure l’industria legata all’intelligenza artificiale, dove gruppi come Tesla e SpaceX hanno registrato perdite nell’ordine del 3% e 4% a fronte dei timori di indagini parlamentari e nuovi vincoli regolatori. In questo specifico caso, però, conta anche il nome del proprietario delle società quotate: quell’Elon Musk che si è speso, in ogni senso anche con donazioni milionarie, per la campagna elettorale repubblicana.

Sui mercati obbligazionari, i prezzi dei titoli di Stato sono saliti con una contestuale discesa dei rendimenti: il tasso del Treasury decennale americano è sceso al 4,92%, cedendo 3 punti base, mentre il Btp decennale italiano è arretrato di 4 punti base, posizionandosi al 4,419%. Sul fronte valutario, l’indice del dollaro è sceso a ridosso di 101,3 punti segnando i minimi mensili e favorendo la risalita dell’euro a quota 1,125 dollari. Nello stesso momento, l’oro ha superato la soglia dei 4.000 dollari l’oncia per collocarsi oltre i 4.040 dollari, mentre le quotazioni del greggio sono calate, con il Brent a 102,2 dollari e il Wti a 95,1 dollari al barile, complici le rassicurazioni presidenziali sull’assenza di piani d’attacco contro l’Iran.

Il freno legislativo di Washington, la finanza pubblica e la Federal Reserve

I risultati usciti dalle urne ripropongono lo schema del blocco legislativo, una condizione che la storia finanziaria descrive spesso come favorevole alla prevedibilità dei corsi azionari e obbligazionari. Negli approfondimenti di Fineco dedicati all’impatto dei midterm, si ricorda come la presenza di un parlamento inviso al presidente impedisca colpi di mano e riforme estreme, favorendo la disciplina di bilancio. Con un debito pubblico federale che ha superato i 40.000 miliardi di dollari, la maggioranza democratica al Congresso blocca il ricorso alla conciliazione di bilancio per approvare tagli fiscali non finanziati, frenando l’emissione di nuovo debito e comprimendo il premio al rischio sulle scadenze a lungo termine.

Come sottolineato dagli economisti di Deutsche Bank citati nei report di mercato, tra cui Jim Reid, “un governo diviso ha generalmente reso più difficile l’approvazione di misure di stimolo fiscale”, mentre il collega George Saravelos ha osservato come l’equilibrio dei poteri “dovrebbe frenare gli esiti più estremi della politica americana e ridurre i premi al rischio”.

Questo scenario alleggerisce le incombenze della Federal Reserve. In un quadro in cui il costo del denaro si colloca nella forchetta tra il 3,75% e il 4,00%, il contenimento del deficit pubblico placa i timori di surriscaldamento dei prezzi e allontana l’esigenza di nuove strette monetarie, favorendo una convergenza ordinata verso il target d’inflazione del 2%. Inoltre, la maggioranza democratica al Senato garantisce un presidio istituzionale sull’indipendenza della banca centrale. Un aspetto centrale, questo, richiamato nel Working Paper 24-20 del Peterson Institute for International Economics. Lo studio dimostra infatti come i tentativi di assoggettare l’istituto centrale al controllo politico avrebbero generato pesanti fughe di capitali, una marcata svalutazione monetaria e fiammate inflazionistiche.

Parallelamente, la Research Note di Ofi Invest Asset Management osserva come, al di là dell’evento elettorale già parzialmente incorporato nei prezzi, la direzione di fondo dei mercati continuerà a essere guidata dalle variabili macroeconomiche strutturali, in particolare dalle future decisioni di politica monetaria, dai prezzi dell’energia e dalla redditività reale degli investimenti nell’innovazione tecnologica.

Gli effetti sul mercato immobiliare americano

Il settore immobiliare statunitense, intimamente legato al costo della provvista creditizia, intercetta i primi effetti positivi della distensione dei rendimenti governativi.

Poiché il rendimento del Treasury decennale costituisce il benchmark per la determinazione dei mutui residenziali a tasso fisso trentennali, la discesa del tasso verso il 4,92% avvia una progressiva riduzione degli oneri finanziari per le famiglie. Questo allentamento stimola le compravendite di abitazioni e attenua l’effetto blocco che ha congelato il mercato, situazione in cui i proprietari rinunciavano a vendere pur di non perdere i vecchi mutui a tassi convenienti in cambio di finanziamenti divenuti insostenibili.

Da questo quadro traggono beneficio le società di investimento immobiliare quotate, i cosiddetti Reits, specializzati nel comparto residenziale e nelle locazioni unifamiliari come Equity Residential o Invitation Homes, che vedono accresciuta la competitività dei propri dividendi rispetto ai titoli di Stato a fronte di tassi di occupazione costanti.

Nel comparto uffici/direzionale, la stabilizzazione della curva dei rendimenti riduce il costo di rifinanziamento delle linee di credito in scadenza, mitigando le insolvenze senza tuttavia cancellare la prudenza strutturale dovuta a una crescita economica moderata. Per quanto concerne invece la logistica/industriale, operatori come Prologis beneficiano della minore probabilità di nuove tariffe doganali indiscriminate e del rientro delle tensioni commerciali globali, elementi che sostengono la regolarità delle catene distributive e la domanda di magazzini.

Un andamento difforme caratterizza invece i Reits focalizzati sull’infrastruttura digitale e sui data center, quali Equinix e Digital Realty. Come evidenziato nelle guide per gli investitori di Ubs United States e nelle analisi di settore internazionali, lo sviluppo dei grandi centri di calcolo per l’intelligenza artificiale dovrà affrontare un controllo più rigido da parte delle commissioni parlamentari democratiche. I progetti dovranno superare parametri ambientali più stringenti e verifiche severe sull’assorbimento di energia dalla rete elettrica locale, fattori che possono comportare un allungamento dei tempi di autorizzazione e realizzazione delle opere.

Le ripercussioni sulla finanza immobiliare europea e sul mercato italiano

Le conseguenze della tornata elettorale statunitense si riflettono sull’economia internazionale attraverso i canali dei cambi, del credito e degli investimenti istituzionali.

Il deprezzamento del dollaro nei confronti della moneta unica e il calo dei rendimenti nominali americani riorientano i capitali dei grandi fondi globali, restituendo competitività agli asset commerciali e logistici dei mercati primari europei su base rettificata per il rischio di cambio. Contemporaneamente, la debolezza del biglietto verde unita al ribasso del prezzo del petrolio allontana i rischi di inflazione importata nell’Eurozona, offrendo alla Banca centrale europea margini di manovra per mantenere un orientamento monetario accomodante a beneficio degli indici Euribor ed Eurirs, utilizzati per il calcolo, rispettivamente, dei mutui a tasso fisso e a tasso variabile.

In Italia, il calo del rendimento del Btp al 4,419% e il complessivo rafforzamento del quadro bancario descritto dalle analisi finanziarie creano presupposti di miglioramento per l’offerta di credito a famiglie e imprese. Per il settore immobiliare nazionale, la distensione sui tassi ipotecari sostiene le richieste di mutui per l’acquisto della prima casa e riattiva le transazioni nei principali poli urbani. Al contempo, il raffreddamento dei prezzi dei carburanti e dei costi energetici, se avverrà, dovrebbe attenuare i costi vivi dei cantieri e della logistica distributiva, fornendo un supporto concreto all’attività dell’intera filiera delle costruzioni.

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