Le procedure di infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti di tutti gli Stati membri per il mancato recepimento della Direttiva Epbd hanno riportato il tema delle cosiddette Case Green al centro del dibattito pubblico. Come spesso accade, però, la discussione rischia di essere dominata da slogan e contrapposizioni ideologiche piuttosto che da un’analisi tecnica dei fatti.
È certamente vero che i Paesi dell’Unione, Italia compresa, non hanno ancora completato il recepimento formale della direttiva entro le scadenze previste. Ma è altrettanto vero che limitarsi a leggere questa situazione attraverso il numero delle procedure di infrazione significa osservare soltanto una parte del quadro. La valutazione pubblicata dalla Commissione europea il 14 luglio restituisce infatti una realtà più articolata e, per certi versi, più interessante: accanto ai ritardi normativi emergono progressi concreti nella pianificazione delle strategie nazionali e una prospettiva di significativa riduzione dei consumi di energia primaria del patrimonio edilizio europeo. In sostanza, stiamo assistendo a una dinamica a due velocità. Da una parte, la programmazione strategica procede e gli obiettivi di decarbonizzazione continuano a essere integrati nelle politiche energetiche e edilizie dei diversi Paesi. Dall’altra, il recepimento legislativo della direttiva avanza con ritardi che appaiono sempre più riconducibili a scelte e tempi della politica piuttosto che a reali difficoltà tecniche.
Anche in Italia questa distinzione è evidente. Da un lato il percorso formale di recepimento dell’Epbd continua a registrare rallentamenti; dall’altro, il quadro normativo nazionale continua a introdurre obblighi e requisiti sempre più stringenti in materia di efficienza energetica e integrazione delle fonti rinnovabili. Gli aggiornamenti ai requisiti minimi energetici degli edifici e le disposizioni collegate alla direttiva Red III vanno esattamente in questa direzione, imponendo standard più elevati negli interventi di nuova costruzione e nelle ristrutturazioni importanti.
Si tratta di un aspetto che merita attenzione.
Se davvero gli obiettivi della Direttiva EPBD fossero incompatibili con il contesto italiano, sarebbe difficile comprendere perché il legislatore nazionale continui a varare norme che perseguono quegli stessi obiettivi. La verità è che la transizione energetica degli edifici è già in corso anche in Italia e procede indipendentemente dalle polemiche che accompagnano il dibattito pubblico. Il problema non è la direzione intrapresa, ma l’assenza di un quadro politico chiaro, stabile e coerente che accompagni cittadini e operatori in questo percorso.
Proprio per questo continua a sorprendere il modo in cui la Direttiva Epbd viene spesso raccontata. Da anni le vengono attribuiti obblighi che, semplicemente, non contiene.
Rete Irene ha più volte evidenziato come interpretazioni superficiali e informazioni incomplete abbiano alimentato paure ingiustificate, rallentando la diffusione degli interventi di riqualificazione energetica e creando confusione tra cittadini e professionisti. Vale la pena ricordare un principio fondamentale: la direttiva non impone obblighi diretti ai proprietari di casa. Gli obblighi riguardano gli Stati membri, chiamati a conseguire determinati obiettivi di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni del patrimonio edilizio. Sono poi i governi nazionali a dover individuare gli strumenti normativi, fiscali e finanziari più adatti per raggiungere quei risultati, tenendo conto delle specificità economiche e sociali del proprio Paese. Presentare l’Epbd come una normativa che obbliga i cittadini a sostenere costosi interventi di riqualificazione significa travisarne la natura e il contenuto.
La vera domanda, quindi, dovrebbe essere un’altra. Perché il nostro Paese continua a rinviare la definizione di una strategia stabile e di lungo periodo capace di accompagnare famiglie e condomìni verso una maggiore indipendenza energetica? Perché il dibattito pubblico si concentra sulle presunte imposizioni europee anziché sugli strumenti necessari per ridurre i consumi e abbassare strutturalmente il costo dell’energia per cittadini e imprese?
Riqualificare gli edifici significa diminuire le bollette, aumentare il comfort abitativo, valorizzare il patrimonio immobiliare e ridurre la dipendenza energetica nazionale. Significa offrire alle famiglie una maggiore protezione rispetto alla volatilità dei prezzi dell’energia e contribuire agli obiettivi di sicurezza energetica del Paese. La riqualificazione energetica non è un’imposizione ideologica, ma una concreta opportunità economica, ambientale e sociale.
Per questo sarebbe auspicabile riportare il confronto su basi tecniche e non propagandistiche. Le procedure di infrazione rappresentano certamente un elemento da considerare, ma non costituiscono il cuore della questione. Il vero tema è capire se l’Italia intenda finalmente dotarsi di una strategia credibile per accompagnare la transizione energetica del patrimonio edilizio e consentire ai cittadini di beneficiare pienamente delle opportunità offerte dall’efficienza energetica e dalle fonti rinnovabili.
In fondo, la domanda che la politica dovrebbe porsi è molto semplice: se tutti concordano sulla necessità di ridurre consumi, emissioni e dipendenza energetica, perché continuare a rallentare un percorso che potrebbe rendere milioni di famiglie italiane più autonome e meno esposte ai costi dell’energia? Forse è da qui, più che dalle polemiche sulle Case green, che dovrebbe ripartire il dibattito.
di Manuel Castoldi – presidente Rete Irene



