AI powered, diceva il cartellone. Ma AI voleva dire altro e nessuno se n’è accorto

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Ormai siamo diventati bravi a capire se a scrivere è un’AI.
O forse no.

La storia che vi racconto oggi ci insegna a non dare nulla per scontato: nemmeno un cartellone pubblicitario.

A San Francisco, all’angolo tra Sixth e Folsom Street, campeggia da fine luglio un maxi cartellone: “ChatTJB, la principale interfaccia di chat basata sull’AI“.

Chi si ferma e scrive una domanda su ChatTJB.org riceve in pochi secondi una risposta puntuale, quasi troppo umana.

Ed è proprio quello il punto: è umana davvero.

In piccolo, quasi nascosto dai rami di un albero, il cartellone chiarisce che AI sta per “Average Individual“, persona media.

Dietro la tastiera non c’è nessun modello linguistico, ma Tucker Bryant, trentaduenne, ex Google, oggi artista concettuale, che risponde a mano fino a dieci ore al giorno, arrivando a cinquemila messaggi in un’ora: cosa cucinare stasera, che colore dare al salotto, dubbi di ogni genere. Bryant l’ha pensata come una provocazione sull’automatismo con cui oggi affidiamo qualsiasi domanda a un’AI. E il pubblico, va detto, ci è cascato in pieno, prima di scoprire il trucco e trovarlo geniale.

La storia fa sorridere, ma dice qualcosa che nel settore immobiliare iniziamo a conoscere bene. Anche qui l’etichetta AI powered si è moltiplicata più in fretta della sostanza che c’è dietro. Valutazioni automatiche, tour virtuali generati in pochi secondi, chatbot che qualificano i lead prima ancora che un agente risponda al telefono: strumenti reali, utili, che stanno cambiando il modo di lavorare.

Ma quanto di quello che viene venduto come “intelligente” è in realtà lavoro umano rivestito di automazione, e quanto viceversa promette automazione e nasconde persone che, come Tucker, rispondono comunque a mano dietro le quinte?

Chi compra o vende casa lo sa istintivamente meglio di chiunque altro.

Una valutazione algoritmica può stimare un prezzo al metro quadro, ma non percepisce perché quella casa vale di più agli occhi di chi ci ha vissuto, o perché quella luce del pomeriggio nel salotto fa la differenza in trattativa. Un tour virtuale mostra gli spazi, ma non risponde alla domanda che davvero conta durante una visita, quella non detta, quella che un cliente fa con lo sguardo mentre l’agente lo accompagna di stanza in stanza.

In questo, il settore immobiliare è probabilmente uno dei più resistenti alla sostituzione: non perché tecnologicamente arretrato, ma perché il prodotto che vende non è solo un immobile, è una decisione carica di emotività, spesso la più importante che una famiglia prenda in anni.

Il paradosso di ChatTJB, un’AI che si rivela un uomo esausto, ma presente, è forse la metafora più onesta di dove sta andando anche il nostro mestiere. Gli strumenti digitali velocizzano ricerca, prima selezione, comunicazione. Ma nel momento della verità, quello in cui una persona firma per la casa in cui vivrà, resta un agente in carne e ossa, con l’esperienza per leggere un bisogno che il cliente stesso fatica a esprimere.

Bryant ha scelto di aprire il suo progetto a una community di “Average Individuals” per reggere il carico di richieste. Non è un caso lontano dal nostro lavoro: anche l’agenzia immobiliare del futuro, forse, sarà quella capace di usare l’AI per reggere il volume, senza mai perdere la propria faccia umana dietro lo schermo.

Perché alla fine la vera intelligenza è saper esserci, nel momento giusto, per la persona giusta.

E allora buon lavoro, caro Intelligent (Real Estate) Agent.

di Arianna Restelli – AI Consultant

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