Da “architetto di carta” a Dame Zaha

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All’inizio della sua carriera era stata soprannominata l’architetto di carta, perché nessuna delle sue idee innovative riusciva a trasformarsi in qualcosa di costruito.

Si parla della fine degli anni 80 e dell’inizio dei 90. L’architettura dell’epoca era rivolta al passato, prevalevano gli storicismi. Il decostruttivismo di Zaha Hadid (ma questa definizione si rivelerà poi del tutto restrittiva) era in netto anticipo.

Eppure nel 2004 è la prima donna a vincere il Pritzker Prize, il premio più prestigioso in assoluto per l’architettura.

Cos’è successo nel frattempo?
Potremmo sintetizzare la risposta in un’unica parola: ostinazione.

È stata l’ostinazione, l’ostinazione di una donna, a trainare quelle idee innovative. E quelle stesse idee hanno sfondato il muro della diffidenza verso ciò che è nuovo e si sono imposte con forza.

Dalla Stazione dei pompieri del campus Vitra a Weil am Rehin, in Germania (1993), al Trampolino per lo sci del Bergisel, Innsbruck (2002), dal MAXXI, Roma (2010), al Riverside Museum di Glasgow (2010), alla Guangzhou Opera House, Canton, Cina (2010), fino al London Aquatics Centre (2012), per citare solo alcune fra le numerose opere che Zaha Hadid è riuscita a realizzare, assistiamo a una ricerca continua di forme inedite, sempre più ardite, che portano un marchio inequivocabile, ma che allo stesso tempo non sono mai le stesse, perché ogni opera è unica, ogni architettura esplora il terreno su cui si appoggia, per fondersi con esso, si lascia affascinare dalla sua geologia, ne interpreta i fenomeni, ne imita erosioni e sovrapposizioni.

Ogni linea prende direzioni impreviste e inaspettate, ogni spazio esplora una diversa possibilità fra quelle infinite offerte dalla geometria, dalla natura e dalla tecnologia.

L’architettura di Zaha Hadid ha attratto su di sé, magneticamente, giudizi sempre forti.

Si è parlato di eccessi formali, di autoreferenzialità, di segni violenti sul territorio, così come di flessuosità, leggerezza, genialità, spazialità nuova, e così via.

Qui vorrei soffermarmi sull’eredità spirituale che l’opera di Zaha Hadid ci lascia e che viene riassunta efficacemente in un’intervista a Sky Arte rilasciata in occasione del Salone del Mobile di Milano nel 2013.

Con la voce roca e la ruvidezza dei modi che l’hanno contraddistinta, la Dame Zaha, come ormai era chiamata – nel 2012 era stata nominata Comandate dell’Ordine dell’Impero britannico dalla Regina Elisabetta II – sostiene tranquillamente, ma fermamente, la sua idea sulla forza dirompente dell’architettura nel tessuto sociale ed economico di un Paese. “Abbiamo l’obbligo di tentare di scoprire sempre qualcosa di nuovo – e ancora – l’architettura può avere un impatto rigenerativo sulle città”.

È proprio nei tempi di crisi, dice, che le idee innovative sono fondamentali.

E infine: “Gli italiani devono imparare ad avere più fiducia nel futuro.”

Serberemo queste ultime parole come un augurio da parte di chi, nel futuro, ha avuto una fiducia ostinata.

Lia ChiaieseArchielle

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