Si chiudono i giochi sul Pnrr, è ora di primi bilanci

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Il 30 giugno 2026 ha segnato il termine ufficiale per l’ultimazione degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), aprendo una fase di rendicontazione finale che si concluderà il 31 agosto. Per l’Italia, si tratta di un momento di verifica cruciale per valutare l’impatto di un volume di risorse senza precedenti sulla struttura economica e sul comparto immobiliare e infrastrutturale.

La struttura dei finanziamenti e le risorse attivate

Il dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) ha assegnato all’Italia un totale di 191,5 miliardi di euro. Questa dotazione si articola in 68,9 miliardi di euro di contributi a fondo perduto e 122,6 miliardi di euro di prestiti. Se si considerano anche i 13 miliardi del programma React-Eu e i 30,6 miliardi del Fondo complementare, le risorse complessive destinate alle finalità del piano raggiungono i 235,1 miliardi di euro.

Al 5 maggio 2026, l’Italia ha ricevuto trasferimenti per 153,2 miliardi di euro, cresciuti a 166 miliardi dopo l’erogazione della nona rata, coprendo così l’85% del totale previsto. Quasi la totalità dei 416 target sarebbero stati raggiunti e, su 660mila progetti finanziati, solo circa il 15% non sarebbe ancora ultimato.

Da qualunque parte la si guardi si tratta di un mucchio di soldi, la cui destinazione, se efficace, potrebbe davvero imprimere una svolta e una spinta all’economia nazionale, la cui produttività è da decenni asfittica.

Analisi dei costi e incidenza sul bilancio pubblico

L’utilizzo della quota a debito comporta un onere finanziario che inciderà sulle casse dello Stato per i prossimi decenni. Secondo le rilevazioni ufficiali della Camera dei deputati, la componente a debito ammonta a 122,6 miliardi di euro. Il costo annuo per il pagamento degli interessi è stimato in 2,8 miliardi di euro per il 2026, 3,4 miliardi per il 2027 e di nuovo 2,8 miliardi per il 2028. In termini relativi, questo onere corrisponde a circa lo 0,13%-0,16% del Prodotto interno lordo.

Il piano di rientro del capitale è strutturato su un orizzonte di lungo periodo: il rimborso inizierà nel 2032 per concludersi nel 2058. Il piano di ammortamento prevede che nei primi dieci anni il bilancio pubblico sosterrà prevalentemente il pagamento degli interessi, mentre la quota capitale sarà restituita in venti rate annuali costanti pari al 5% ciascuna.

Dinamiche del Pil, produttività e mercato del lavoro

L’andamento dei principali indici macroeconomici durante il periodo di attuazione del piano mostra segnali contrastanti. Dopo un rimbalzo del Pil reale dell’8,9% nel 2021 (sul quale però ha influito e non poco il tonfo del -8,9% del 2020 sul 2019 a causa del Covid) e del 4,7% nel 2022, si è registrata una decelerazione allo 0,7% nel 2023. Le stime Istat indicano per il 2024 una crescita dell’1,0% e per il 2025 dello 0,7%.

Non proprio faville. E’ però necessario precisare che, trattandosi di investimenti con orizzonte di medio-lungo periodo, molti dei quali ancora in fase di ultimazione, gli effetti strutturali sulla crescita sono al momento solo indicativi.

Sul fronte della produttività, i dati non evidenziano ancora un’inversione di tendenza strutturale. La produttività totale dei fattori (principale indicatore economico di questa grandezza) ha mantenuto un trend debole, confermando che l’impatto degli investimenti e delle riforme, nella speranza che non si dimostrino del tutto inefficaci, richiede tempi di assorbimento prolungati. Gli scenari futuri ipotizzano che il pieno conseguimento delle riforme possa innalzare la crescita potenziale media annua tra lo 0,33% e lo 0,57% nel periodo 2027-2035.

Al contrario, il mercato del lavoro ha mostrato un miglioramento sensibile. Il tasso di occupazione è salito dal 58,2% del 2021 al 62,6% rilevato ad agosto 2025. Nello stesso arco temporale, il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,5% al 6,0%. Per l’anno in corso le stime prevedono un andamento stabile, con tasso di occupazione tra il 62,4 e il 62,6% e un tasso di disoccupazione tra il 5,1 e il 6,0%.

Si tratta di numeri da record per l’Italia, che però mostrano anche un altro lato della medaglia. Se considerati assieme all’andamento della produttività generale dei fattori, infatti, l’aumento di occupati ha quasi certamente riguardato lavoratori con qualificazione professionale medio bassa (non c’è stato un incremento di produttività del fattore lavoro in grado di smuovere la produttività generale) e a basso livello salariale (anche il Pil non ha fatto fiammate).

Impatto sul settore immobiliare e stato dei progetti

Il settore delle costruzioni e del real estate rappresenta uno dei pilastri dell’attuazione del piano, con risorse attivabili stimate in circa 107 miliardi di euro.

Tra i programmi più rilevanti per il comparto figurano:

• Qualità dell’abitare (Pinqua): con una dotazione di circa 2,82 miliardi di euro destinati all’edilizia sociale e alla rigenerazione urbana.
• Sanità territoriale: interventi per Case della comunità e Ospedali di comunità, molti dei quali avviati e in fase avanzata.
• Infrastrutture digitali: stanziamenti per 6,6 miliardi di euro che hanno permesso di raggiungere una copertura in fibra ottica (Fttp) del 77,56% delle unità immobiliari, superando la media europea.
• Patrimonio culturale: a Roma, il programma “Caput mundi” ha visto l’ultimazione di 298 interventi sui 337 programmati, superando il target minimo di 200 richiesto dalle autorità europee.

Al 30 novembre 2025, la spesa effettiva registrata dal sistema ReGiS era pari a 101,3 miliardi di euro. A livello nazionale, circa 135 mila progetti risultavano conclusi, corrispondenti al 48% dei 296mila finanziati. Molti interventi immobiliari e urbanistici restano tuttavia condizionati dai tempi tecnici di collaudo e gestione, che rappresentano la sfida principale per il periodo post-Pnrr.

Cosa piace…

Il Pnrr ha avuto importanti effetti positivi a molteplici livelli. In primo luogo a livello europeo, posando, tramite la condivisione del debito, un’ulteriore tessera del puzzle che dovrebbe condurre a una maggiore integrazione degli stati Ue, con obiettivo ultimo quella politica, verosimilmente in forma federale.

In Italia, il mettere una serie di paletti e di conseguenze immediate nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi concordati, ha portato nella politica, e in particolar modo negli organi esecutivi, un po’ di rigore e disciplina. Basti confrontare come storicamente il Belpaese è il leader europeo nel perdersi buona parte dei contributi comuni per incapacità di rendere le risorse disponibili e immetterle nel circuito economico, con i dati dell’utilizzo dei fondi Pnrr (si veda più su).

Anche per le amministrazioni locali e in particolare i comuni hanno dovuto assumere la loro bella dose di realtà e responsabilità, perché un conto è chiedere trasferimenti in risorse da buttare nel calderone del bilancio, altro è dovere pianificare investimenti rispettando tempi e limiti.

…E cosa no

Il Pnrr non è stato il piano più bello ed efficace del mondo. Peraltro la politica, e in questo caso soprattutto il governo, si sono lasciati ingolosire dal fiume di soldi in arrivo, tirando (come si dice in gergo) immediatamente tutte le risorse disponibili e così caricando il Paese di ulteriore debito, che andrà ripagato, mentre forse sarebbe stato meglio prendere la parte a fondo perduto e, su quella a pagamento, mettersi alla finestra.

In senso assoluto, visti il piano di ammortamento e i tassi particolarmente convenienti, non si tratta di un aggravio, quello del debito, da mettere in ginocchio il Paese; ma purtroppo, non avendo al momento generato aumenti di produttività tangibili, un pesetto sul complesso del debito del Paese e a scendere sulla politica fiscale lo metterà.

Per quanto riguarda i progetti da finanziare, non sono mancate sbavature e spese poco sensate, con fondi fluiti in rivoli e rami secchi. Campi da padel, cimiteri e rifacimento di siti istituzionali già deserti prima del maquillage, difficilmente si possono considerare in linea con gli obiettivi del Pnrr.

Tutto ciò dovrebbe portare a una forte critica, e all’opportunità di un radicale ripensamento, del ruolo della spesa pubblica nel sistema economico nazionale. Non emolumenti a pioggia in spesucce, bonus discutibili ed esenzioni disordinate. Sarebbe forse meglio finanziare con risorse pubbliche una seria e profonda riforma della scuola e del sistema di istruzione, incentivare l’innovazione tecnologia, riformare burocrazia e magistratura per renderle più efficienti, incentivare un ritorno rapido e sicuro all’energia nucleare… Tutte cose che, nel medio periodo portano a un aumento della produttività generale e che quindi rendono il debito meno costoso e più sostenibile, in cui il ruolo del pubblico è essenziale e in cui il privato non è in grado, né dovrebbe, entrare.

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