Data center, Girelli (Core Stack): “Infrastrutture distribuite sono elemento importante di resilienza energetica”

Data:

La disponibilità di energia, il ruolo dei sistemi di accumulo e la distribuzione delle infrastrutture digitali sul territorio sono temi fondamentali per la conoscenza dei data center. Ne parliamo con Giorgio Girelli, CEO di Core Stack, azienda italiana parte del Gruppo Lazzari specializzata nella progettazione, realizzazione e gestione di una rete di data center distribuiti sul territorio nazionale, alimentati da energia rinnovabile.

Girelli sarà tra i relatori del webinar “Le 4 C dei data center: capitali, cantieri, connessioni e conformità”, organizzato da Requadro il 3 novembre 2026. Qui le informazioni per partecipare.

DOMANDA: Core Stack propone un modello di data center alimentati da energia rinnovabile prodotta in loco. Come si può conciliare l’intermittenza delle rinnovabili con un’infrastruttura che deve funzionare 24 ore su 24?

RISPOSTA: La gran parte della capacità elaborativa di un data center è costante, quindi lavora H24. Possono esserci delle leggere fluttuazioni e, con i temi legati all’intelligenza artificiale, possono esserci anche delle logiche di utilizzo in determinati orari per sfruttare meglio l’energia a basso costo. Però, in generale, il data center utilizza energia in maniera abbastanza continuativa.

Come si sposa questo con un’energia rinnovabile prodotta in loco? In particolare, quando parliamo di fotovoltaico, ma anche di eolico, è evidente che questa produzione non può soddisfare il 100% del fabbisogno del data center, soprattutto nell’arco delle 24 ore.

Ci sono però delle considerazioni estremamente importanti da fare.

La prima è che il consumo maggiore di un data center si verifica quando fa molto caldo e questo è anche il momento in cui, in generale, un fotovoltaico produce di più.

Quindi, come primo effetto, nel momento in cui il data center è meno efficiente, l’energia che utilizziamo è un’energia a basso costo, perché prodotta in loco, senza dover essere trasportata, ed è anche energia rinnovabile.

Il secondo aspetto è dovuto al fatto che, tipicamente, il fotovoltaico è un sistema che inizia a produrre dal giorno uno, mentre il data center molto spesso impiega del tempo per arrivare a regime:parte con un carico molto basso e, pian piano, questo carico aumenta. Nella fase iniziale del ciclo di vita di vita del data center il numero di ore che può essere coperto dalla produzione in loco può essere quindi anche rilevante.

D: In questo scenario quale ruolo possono avere i sistemi di accumulo e quanto si potrebbe ridurre la dipendenza dalla rete?

R: In questo caso, entra infatti in gioco l’utilizzo dei sistemi di accumulo, tipicamente i BESS, che possono avere molte funzioni.

La prima è chiaramente quella di cercare di immagazzinare l’energia che il data center non sta utilizzando, ma che il fotovoltaico sta producendo. Questo è senza alcun dubbio un vantaggio importante, e lo è a maggior ragione quando si ha una produzione fotovoltaica molto maggiore rispetto a ciò che il data center sta effettivamente consumando.

L’altro aspetto rilevante dei BESS è quello di andare ad appiattire la curva di costo dell’energia. Tutti noi sappiamo che l’energia in determinati orari costa di più e in altri costa di meno.

Quindi, non solo accumulare l’energia, ma anche riutilizzarla nel momento in cui il fotovoltaico non la rende disponibile e acquistarla dalla rete costerebbe di più.

Sono due funzioni diverse, ma entrambe hanno l’obiettivo di gestire meglio l’andamento del costo dell’energia.

C’è poi anche un andamento stagionale. Sappiamo bene che il fotovoltaico produce poco a gennaio e febbraio, ma in quel momento viene utilizzato moltissimo il free cooling (raffreddamento che sfrutta le temperatura esterna) e quindi siamo estremamente efficienti. Nei periodi più caldi abbiamo invece la possibilità di avere maggiore energia prodotta dal fotovoltaico.

D: Quanto la disponibilità di energia rinnovabile può diventare un criterio determinante nella scelta di dove realizzare un data center? E questo approccio può contribuire a superare le difficoltà di accesso all’energia e all’alta tensione?

R: Da un lato possiamo utilizzare direttamente una quota importante di energia prodotta in loco, in percentuale anche importante a seconda di quanto avanzato è lo stato di riempimento del data center, ,dall’altro riusciamo a lavorare sull’appiattimento dei costi dell’energia durante la giornata.

Il risultato è che possiamo fornire il medesimo servizio a un costo dell’energia più basso e con una maggiore disponibilità. Perché, anche se venisse a mancare l’energia della rete, è vero che partono i gruppi elettrogeni, ma devono sopperire soltanto a ciò che il fotovoltaico non sta producendo. Potenzialmente, se la rete viene a mancare alle due o alle tre del pomeriggio, in un giorno assolato d’estate, i gruppi elettrogeni potrebbero anche non partire oppure, in altri momenti potrebbero partire fornendo un basso apporto di energia.

Il tutto garantisce una produzione di una buona parte dell’energia da fonti rinnovabili che prima non c’era. Non è un PPA (Power Purchase Agreement) attraverso il quale si prende energia green prodotta da qualcun altro, che magari già la produce. È nuova energia green prodotta.

Questi sono i valori che la produzione di energia in loco e i sistemi di accumulo possono consentire di ottenere: dare un servizio meno impattante sulla rete, economicamente più competitivo e condividere co in  clienti questo vantaggio economico.

D: Il progetto dei 13 data center sviluppato con Green Arrow Capital prevede un’integrazione tra infrastruttura digitale e produzione energetica, ce lo può descrivere?

R: Il progetto prevede 13 data center collegati in media tensione che, in termini di numeri, danno 130 megawatt elettrici e circa 90 megawatt di capacità elaborativa IT.

Novanta megawatt sono in realtà un grosso campus. Anzi, credo che in Italia non abbiamo ancora un campus attivo da 90 megawatt IT.

La differenza è che noi l’abbiamo pensato distribuito sul territorio: è quindi un grande progetto, ma distribuito.

Il fatto di distribuire questi data center e di poterli collocare sul territorio, oltre a tutti i vantaggi che questo può avere, consente di associare a ogni singolo impianto una produzione di energia rinnovabile.

D: Dal punto di vista energetico quali sono i benefici concreti?

R: Se facciamo il conto dei 13 data center, Core Stack, in questa modalità, riesce a produrre tra il 10 ed il 40% dell’energia di cui hanno bisogno i 90 megawatt IT. Cosa che, concentrando tutto in un singolo punto, diventa praticamente impossibile, a meno di aspettare gli small modular reactor, quindi i reattori nucleari.

Altrimenti dovremmo avere un campo fotovoltaico da più di 100 ettari, che è praticamente impossibile.

Ma non dobbiamo pensare soltanto alla possibilità di avere energia rinnovabile, perché anche la disponibilità di energia è importante, se la vediamo in una visione macro.

Il fatto di poter prendere questi 90 megawatt, distribuirli sul territorio, produrre una parte dell’energia e collegarsi alla rete in modo decisamente meno impattante consente di non creare problemi alla rete stessa.

Teniamo presente soprattutto che, se mettiamo degli accumulatori, i data center con l’accumulo e con la produzione in loco possono fungere anche da stabilizzatori della rete. Dobbiamo cominciare a vederli anche come infrastrutture che contribuiscono a garantire una maggiore disponibilità e stabilità dell’energia.

C’è poi un altro punto, che rappresenta una sfida importante, ovvero distribuirsi su più cabine primarie e su più regioni significa avere un elemento di resilienza che un grosso campus non può avere.

Ormai sappiamo benissimo che cercare di intaccare una nazione significa cercare di bloccare la sua fonte energetica e la sua fonte digitale. La storia ce lo sta insegnando.

Noi pensiamo che avere una capacità elaborativa distribuita sia una garanzia di resilienza molto importante.

Lo abbiamo visto anche quest’estate, le interruzioni di energia sono tipicamente localizzate, non generalizzate e la stessa cosa vale per le interruzioni di connettività dati.

Avere queste infrastrutture distribuite diventa quindi un elemento importante di resilienza energetica e digitale. Da questo punto di vista consideriamo il nostro modello molto efficace.

D. Il progetto interesserà anche alcune regioni del Centro-Sud. È una scelta legata alla maggiore disponibilità di energia rinnovabile?

R. Il Sud in questo momento ha una grandissima capacità di produrre energia rinnovabile.

Basta andare a vedere quanta energia viene prodotta al Sud e portata verso il Nord, soprattutto nei momenti in cui c’è una forte produzione legata al sole, ma anche al vento.

Quindi è sicuramente un tema energetico. Teniamo presente che nel 2028 cambieranno probabilmente anche le logiche di costo dell’energia, passando da una logica nazionale a una ”zonale”.

Però noi pensiamo che ci siano tutta una serie di altri elementi.

Sicuramente il Sud, ma anche altre zone d’Italia, non sono adeguatamente coperte da infrastrutture digitali e c’è la necessità di fornire capacità elaborativa più vicina a coloro che la vogliono utilizzare.

Se vogliamo sviluppare una regione, oppure un settore che abbia una forte necessità di elaborare dati, dobbiamo creare le infrastrutture e le infrastrutture sono le reti in fibra e i data center.

Noi fino a oggi abbiamo sempre pensato all’infrastruttura digitale come al trasporto attraverso la rete in fibra. In realtà ci stiamo rendendo conto che i data center sono dei nodi fondamentali, qualcosa di cui non possiamo assolutamente fare a meno.

Essere più vicini al territorio significa anche aiutare a sviluppare quel territorio e poter utilizzare le competenze che quel territorio ci può dare.

Pensiamo che posizionare questi data center sul territorio abbia anche un obiettivo sociale, quello di consentire alle competenze che si sviluppano localmente di essere utilizzate per gestire queste importanti infrastrutture e il Sud rientra pienamente in questo disegno.

D. Veniamo al tema delle richieste di connessione a Terna, che hanno raggiunto numeri molto elevati, anche per ragioni speculative. Questa corsa all’alta tensione rischia di creare uno squilibrio per gli operatori che hanno progetti concreti? Come si potrebbe intervenire per distinguere ciò che è realmente sviluppabile da ciò che è speculativo?

R. Qui c’è un po’ un paradosso. Connettersi in media tensione e accettare un preventivo di connessione, come facciamo noi, è estremamente costoso. Avere un preventivo da Terna e accettarlo, invece, non costa praticamente nulla, o comunque costa veramente pochissimo.

È chiaro che c’è stata una fortissima speculazione nel cercare di accaparrarsi energia, soprattutto collegandosi all’alta tensione, proprio perché non c’è un costo reale e immediato dietro questa operazione.

Si dovranno trovare delle modalità per intervenire.

IDA sta lavorando con Terna e Terna, probabilmente attraverso la sua open season, metterà delle regole per riuscire a risolvere questo problema.

La stessa regione Lombardia sta rivedendo la legge che ha fatto a giugno, anche cercando di intervenire su questo aspetto.

Nel momento in cui è esplosa questa necessità di energia per il digitale, le regole che avevamo non erano più adeguate e adesso si dovrà correre ai ripari.

È quello che sta accadendo anche nel resto d’Europa. Prima è intervenuta l’Irlanda, poi anche altre nazioni hanno cominciato a distinguere meglio i progetti che hanno effettivamente una ragione di esistere da quelli che vengono disegnati esclusivamente per trovare qualcuno che li compri.

Però, se poi non c’è chi compra il progetto, sono state impegnate a vuoto risorse, soprattutto di Terna, e potenzialmente impegnate infrastrutture ed energia che invece progetti reali avrebbero potuto utilizzare.

È sicuramente un’anomalia che va in qualche modo risolta e credo che Terna vi stia lavorando. La cosa importante è che lo faccia nel modo corretto e riesca a fornire le infrastrutture a chi effettivamente vuole realizzare i progetti.

Perché abbiamo bisogno di data center distribuiti sul territorio, ma abbiamo bisogno anche di grandi campus per alcuni attori che lavorano con certe modalità e di cui non possiamo fare a meno da un punto di vista tecnologico.

Sono due soluzioni diverse che noi vediamo come molto complementari.

Da un lato ci sono le grosse capacità elaborative centralizzate, soprattutto per l’elaborazione di frontiera. Dall’altro la capacità elaborativa più vicina al territorio, alle aziende e alle imprese, più verticale e con una maggiore necessità di sovranità vera e garantita.

Abbiamo bisogno di entrambe. Per questo è importante trovare una soluzione alla speculazione, che sicuramente non aiuta nessuno.

Girelli sarà tra i relatori del webinar “Le 4 C dei data center: capitali, cantieri, connessioni e conformità”, organizzato da Requadro il 3 novembre 2026, per approfondire il rapporto tra infrastrutture digitali, energia e sostenibilità. Qui le informazioni per partecipare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui
Captcha verification failed!
Punteggio utente captcha non riuscito. Ci contatti per favore!

Ultimi articoli

Related articles

La sostenibilità che non si vede vale più di una certificazione

Negli ultimi anni il mercato immobiliare ha adottato le certificazioni Esg come uno dei principali indicatori di sostenibilità....

Roberto Panetta confermato chairman della European society of construction law

Roberto Panetta, founder e managing partner di Panetta law firm, studio milanese specializzato in appalti privati e arbitrato...

Le Graal (Maire investments) acquisisce masseria e beach club di pregio in Puglia

Le Graal (Maire Investments) ha acquisito Masseria Torre Coccaro e Coccaro Beach Club, struttura cinque stelle lusso situata...

Assegnati i primi alloggi sociali al Piombino living

Sono stati assegnati in via Pertini a Piombino (LI) i primi alloggi di “Piombino Living”, un’iniziativa di social...