Data center, Aceti (Lombardini22) “Come tecnici è necessario diventare sempre più multidisciplinari”

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La disponibilità di energia, le caratteristiche del sito e la capacità di adattarsi all‘evoluzione tecnologica sono alcuni degli elementi che guidano oggi la progettazione dei data center. Ma come si affrontano i vincoli progettuali e come si studia un edificio destinato a ospitare tecnologie che cambiano a una velocità sempre maggiore? La parola ad Andrea Aceti Project Management Lead at Lombardini22.

Il dottor Aceti sarà relatore del nuovo webinar di Requadro Le 4 C dei data center: capitali, cantieri, connessioni e conformità. Qui le informazioni per partecipare.

DOMANDA: Quando si progetta un data center, quali sono i vincoli più complessi da affrontare e quanto incidono la disponibilità di energia, le caratteristiche del terreno e le infrastrutture esistenti sulle scelte progettuali?

RISPOSTA: Credo che il punto di partenza sia che un data center non si valuta solamente dal punto di vista immobiliare. Gli elementi salienti sono la disponibilità di potenza elettrica, la connettività e la localizzazione, insieme alle caratteristiche del sito.

Una delle sfide principali che noi, come Lombardini22, e più in generale come tecnici in Italia, stiamo affrontando è quella di tenere insieme tutti questi aspetti attraverso un approccio multidisciplinare. Occorre coniugare i vincoli legati alla disponibilità di potenza elettrica, che attualmente rappresenta il primo fattore nella scelta di un sito da parte degli operatori, con l’effettiva capacità di quel sito di ospitare un’infrastruttura critica.

Alcuni siti, infatti, possono avere un valore importante dal punto di vista immobiliare, ma non essere adeguati a ospitare queste infrastrutture per criticità di varia natura, come i rischi connessi alla vicinanza con autostrade o ferrovie.

Come tecnici dobbiamo diventare sempre più multidisciplinari, riunendo tutte le competenze tecniche all’interno di un unico gruppo di lavoro che operi in modo coordinato.

Sul fronte della potenza elettrica, leggiamo che in Italia le richieste di connessione hanno superato complessivamente i 100 gigawatt. È un dato influenzato anche da iniziative speculative e da richieste finalizzate a verificare se i terreni possano essere appetibili per l’insediamento di queste infrastrutture. Questo anche perché la richiesta di potenza e il processo per ottenerla rappresentano spesso il percorso critico del progetto.

Dal mio punto di vista, la sfida principale per noi è quella di tenere insieme tutti questi aspetti e supportare i clienti, gli operatori e gli sviluppatori fin dalle prime fasi, per individuare insieme la strada corretta per concretizzare le loro esigenze, che rispondono a quelle del mercato. Non dimentichiamo che spesso il mercato siamo anche noi, in quanto utenti finali.

D: La normativa della Regione Lombardia prevede delle premialità per chi sceglie di sviluppare data center su aree dismesse, i cosiddetti brownfield. Anche questo è un aspetto che entra nelle vostre valutazioni progettuali?

R: Assolutamente sì. Questo è uno spunto interessante da parte della Regione, perché dimostra l’intenzione delle istituzioni di entrare nel merito del settore dei data center, comprenderlo sempre più a fondo e supportare il mercato nell’individuazione e nella definizione degli interventi.

In realtà, già da alcuni anni gli operatori interessati a sviluppare data center in Italia ci chiedono di effettuare valutazioni privilegiando i brownfield, quindi ex siti industriali o generalmente dismessi, perché consapevoli del fatto che il data center è un’infrastruttura tecnologica ospitata all’interno di un edificio e che la sua realizzazione comporta comunque un’occupazione di suolo.

Il recupero di siti in disuso ha sicuramente un impatto positivo rispetto all’utilizzo dei cosiddetti greenfield, ossia aree non ancora edificate, anche quando già con destinazione urbanistica produttiva. 

Come cittadini, tendiamo infatti a valutare ciò che vediamo: un prato verde sul quale viene sviluppato un data center o un’altra attività produttiva. Quel sito, però, potrebbe già avere una destinazione produttiva. La scelta, quindi, non è necessariamente sempre tra mantenere un’area verde e costruire, ma può riguardare quale tipologia di insediamento realizzare.

Per quello che osserviamo, queste considerazioni guidano gli interventi non soltanto dal punto di vista economico, rispetto al quale l’agevolazione prevista dalla Regione rappresenta naturalmente un elemento positivo, ma anche etico. Sono aspetti che orientano i nostri clienti e noi nelle valutazioni.

D: L’intelligenza artificiale sta cambiando molto rapidamente le esigenze di potenza e, di conseguenza, anche quelle legate al raffreddamento dei data center. Come si può progettare oggi un’infrastruttura capace di adattarsi a esigenze tecnologiche che potrebbero cambiare già tra cinque o dieci anni, se non addirittura prima?

R: Partirei da un presupposto: occorre distinguere la vita utile dell’edificio dal ciclo di evoluzione delle tecnologie e delle infrastrutture tecnologiche che ospita.

La tecnologia si muove sempre più rapidamente e lo vediamo anche nella vita quotidiana, dagli smartphone alla frequenza degli aggiornamenti software. Questa rapidità di evoluzione si riflette anche sui data center. 

Oggi non riusciamo ad avere una visione precisa di come saranno i data center del futuro e di quali esigenze dovranno soddisfare. Non credo quindi che una previsione puntuale possa essere il criterio su cui basare le decisioni progettuali.

Quello che possiamo fare, però, è studiare le nuove tecnologie che si presentano sul mercato, valutare le differenze rispetto a quelle attuali e leggere le tendenze che si stanno delineando, per individuare quali elementi potrebbero richiedere aggiornamenti in futuro.

Avendo l’edificio una vita utile molto maggiore rispetto alle tecnologie contenute al suo interno, vogliamo ridurre il più possibile il rischio che le sue caratteristiche e l’impostazione degli impianti diventino un vincolo per questi aggiornamenti. Come tecnici, ci siamo trovati negli ultimi anni, e ci troviamo tuttora, a dover affrontare le nuove esigenze legate all’intelligenza artificiale. Un esempio è l’introduzione di soluzioni di raffreddamento a liquido, che potessero permettere di gestire le quantità di calore prodotte in modo più efficiente.

Prepararsi a queste evoluzioni non significa però sovradimensionare spazi e impianti per poter rispondere a qualsiasi possibile necessità: sarebbe certamente comodo, ma non efficiente, né una buona pratica dal punto di vista della sostenibilità economica e soprattutto ambientale.

La sfida, quindi, non è prevedere ogni evoluzione tecnologica, ma fare in modo che le scelte progettuali di oggi non diventino un vincolo per gli aggiornamenti di domani. Significa individuare dove mantenere margini di adattamento e consentire all’infrastruttura di evolvere senza compromettere la continuità operativa.

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