Il 66% del real estate usa l’AI. Ma solo il 5% la usa per prendere decisioni

Data:

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque lavori con capitale nel real estate.

Il 66% dei professionisti CRE usa l’AI ogni settimana o ogni giorno, ma solo il 5% si fida abbastanza da usarla per prendere decisioni di investimento reali (First American Data & Analytics / DealGround, 2026).

Non è un problema di tecnologia non ancora matura. È un problema di fiducia. E la fiducia, nel nostro settore, ha una definizione molto precisa: è ciò che serve per mettere un numero davanti a un investment committee e difenderlo.

Ecco 4 motivi per cui il divario tra uso e fiducia è il vero tema del 2026.

1. Il paradosso dei numeri

Lo stesso studio scompone come l’AI viene davvero usata: il 53% la impiega solo come supporto, escludendola dalla decisione finale, e un altro 17% la usa solo dopo aver fatto una verifica approfondita dell’output.

Tradotto: sette professionisti su dieci tengono l’AI fuori dalla stanza dove si decide. La usano per andare più veloci, non per decidere.

L’adozione, da sola, non significa nulla. Conta dove si ferma.

2. Perché la fiducia manca

Il motivo è strutturale, non caratteriale. Un output che non è tracciabile fino alla fonte non è utilizzabile in una decisione che impegna milioni di euro.

Nel real estate uno studio di fattibilità, un business plan, un underwriting reggono perché ogni numero ha una provenienza: una fonte, un’assunzione, un metodo. Un modello che produce una risposta plausibile ma non verificabile rompe questa catena. Manca la tracciabilità, e senza tracciabilità non c’è decisione difendibile.

Il problema non è che l’AI sbaglia. È che quando ha ragione, spesso non sai perché.

3. Dove l’AI fa la differenza (e dove no)

La distanza tra uso e fiducia spiega anche dove l’AI sta creando valore concreto: nella compressione del tempo, non nella decisione.

Analisi documentale, due diligence preliminare, sintesi di contratti di locazione: qui l’AI toglie ore di lavoro ripetitivo e il rischio è basso, perché l’output viene comunque verificato da chi decide.

L’adozione varia molto anche per asset class, e non è un caso: l’AI prende piede prima dove il processo è più standardizzabile, con analisi ripetibili, dati strutturati e un’alta frequenza di decisioni. Dove il workflow è ricorrente, l’output è più facile da verificare e la fiducia arriva prima.

4. L’evoluzione che arriva, e il rischio che porta con sé

Il cambiamento più rilevante in arrivo non è una nuova funzione, è l’orchestrazione agentica: sistemi che gestiscono una sequenza coordinata di attività lungo l’intero ciclo di vita del deal, non una singola analisi (PwC / ULI, 2026).

Qui sta la trappola. Senza fiducia e senza verifica, l’orchestrazione non riduce il rischio: lo amplifica, perché concatena errori non tracciabili invece di isolarli.

La leva competitiva, di conseguenza, si sposta. Non è più la potenza del modello. È la verificabilità dell’output.

Un esempio concreto dal mio lavoro. Di recente ho usato un modello di AI per estrarre i dati chiave da un offer memo (superfici, prezzi, rendimenti, ipotesi di business plan) e riversarli in automatico nel mio tracker delle opportunità, un lavoro che a mano mi porta via quasi un’ora per ogni deal.

Il tempo risparmiato è reale. Ma prima di usare quei numeri per qualsiasi valutazione, ho dovuto ricontrollarli riga per riga contro il documento originale: un paio di voci erano state lette in modo impreciso, e in un underwriting basta un dato fuori posto per compromettere l’intera analisi.

È esattamente il punto: l’AI mi ha tolto il lavoro ripetitivo, non la verifica. La fiducia me la sono costruita controllando l’output, non delegandolo.

In sintesi

L’AI è entrata nel real estate. Non è ancora entrata nella stanza delle decisioni, ed è giusto che rimanga fuori finché non si risolve il problema della fiducia.

• L’adozione è un dato acquisito: il 66% ne fa un uso frequente, ma il 70% la esclude dalle decisioni finali.
• Il collo di bottiglia è la verificabilità: senza tracciabilità, nessun output regge davanti a un IC.
• Il valore reale è nel tempo: l’AI comprime il lavoro ripetitivo, non sostituisce il giudizio.
• Il prossimo vantaggio competitivo sarà di chi rende gli output verificabili, non di chi ha il modello più potente.

Per chi investe e si occupa di sviluppo immobiliare, la domanda giusta nel 2026 non è “quale AI usare”. È “come rendere il suo output difendibile davanti a chi firma l’assegno”.

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