Nuova vita per le case cantoniere

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Dalla Francigena all’Appia il rosso pompeiano è destinato a diventare il colore della nuova ospitalità diffusa. La bandiera di ostelli e punti informazione, ristoranti e ciclofficine, centri per la promozione dell’artigianato e dell’enogastronomia locale che andranno ad abitare qualche “vecchia” casa cantoniera. E il nome stesso della casa, quell’insegna stagliata senza grazie sulla facciata degli edifici, potrà trasformarsi in brand (“un brand fenomenale”, dice il ministro Dario Franceschini), potrà raggiungere altre connotazioni, moltiplicare immagini e ricordi.

Storico alloggio del cantoniere e magazzino degli attrezzi, come l’abbiamo sempre incrociato lungo le strade ferrate e ordinarie, la casa si farà definitivo approdo di un turismo sostenibile, snodato sui tracciati classici e lenti che tengono insieme la musealità del Paese. Così raccontano Anas, Demanio e ministeri (Infrastrutture e Beni culturali), pronti a fare sistema, riqualificando e recuperando – con circa 200mila euro a struttura – alcuni di questi beni. Alla ricerca di un calzante modello di business, si proverà a salvarli e valorizzarli.

L’accordo siglato a fine 2015 ha disegnato la bozza di un progetto pilota da perfezionare entro giugno. Con bandi per reclutare potenziali gestori sulla base dei servizi da offrire, e ricordando che già il decreto Art Bonus 83/14 prevede la possibilità di concedere anche le case cantoniere in uso gratuito a cooperative e associazioni di giovani. Si riuscirà allora a mettere a frutto e non disperdere la quota di un patrimonio spesso abbandonato? L’idea è meritoria, ma il risultato non può dirsi certo, tanto che gli stessi protagonisti – pur nel risalto dell’annuncio – sono andati cauti annunciando di voler sondare opportunità e fattibilità.

Una storia di quasi due secoli

Sono trascorsi oltre 185 anni da quando il re di Sardegna Carlo Felice istituì con un editto (1830) la figura del cantoniere, che doveva manutenere e controllare il tratto di strada affidato (3-4 chilometri, il cantone), abitandovi ai margini. Poi la figura è stata ufficialmente riformata nel 1982 con il Regolamento dei cantonieri, che ha introdotto “squadre, nuclei e centri di manutenzione – ricorda l’Anas – dotati di personale e mezzi”. Fine di un epoca? Passaggio o trasformazione semmai, perché quel mattone nato nell’Ottocento rimane miliare. Quelle case rosse stanno lì incise nella memoria personale e collettiva (per chi se ne cura): riconoscibili e funzionali, intrecciate alla vita e allo sviluppo del territorio, sono riuscite nel tempo anche a far gemmare altre abitazioni adiacenti, creare piccoli conglomerati delle contrade, portarli alla maturazione dei centri urbani. Per tutti erano un vistoso punto di riferimento, abitanti di case comuni o di pregiate palazzine con intorno “tanta ghiaietta, più minuta e bianca di quella che il cantoniere buttava a primavera sullo stradone” (Cesare Pavese).

Quante volte percorrendo la penisola – e le isole – ci si è sorpresi a chiedere: che n’è della cantoniera, che ne sarà? La storia ha reso alcune case in toto private, già proprietà abitativa di ex dipendenti. Mentre oggi – dalle 189 della Sardegna alle 10 della Valle d’Aosta – Anas ne possiede 1.244 sul territorio, molte impiegate come sedi operative (personale e magazzini) e sedi di amministrazioni pubbliche, enti, onlus. Nel dettaglio, 594 sono usate dall’Anas e indisponibili alla valorizzazione, mentre 650 sono definite potenzialmente disponibili (sulla base dei flussi di clienti): tra queste, solo per 150 (poco più del 10%) si parla di alto potenziale turistico. Ne sono state selezionate 30, sulle quali tentar di incastrare l’offerta iniziale, il citato modello di business, puntando all’imprenditoria giovanile e poggiando sui concetti di autenticità, genuinità, legame col territorio. Una nuova narrazione, che per ora resta accennata nei rendering di presentazione.

La scelta dei luoghi è stata influenzata dal criterio della prossimità di reti e circuiti culturali, guardando alle esperienze già felicemente avviate dai privati. “Location, location, location”. E non c’è da stupirsi che anche qui la pratica abbia anticipato i discorsi, con l’Anas che nell’illustrare gli obiettivi del piano chiama a testimonianza le recensioni degli utenti di Tripadvisor, Booking e simili su case cantoniere convertite in locande, ostelli, trattorie.

Il progetto pilota

Sviluppato il “concept” (portafoglio servizi da offrire), individuati partner e competenze (per servizi, prodotti e commercializzazione), il test sarà condotto su questa trentina di case indicando le modalità di gestione (diretta, delegata, tenant). Edifici dislocati sui percorsi turistici dell’alta Lombardia, storiche porte d’accesso verso l’Europa settentrionale; in Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte e Valle d’Aosta, sulla via Francigena che nel medioevo congiungeva Canterbury a Roma; in Basilicata e Puglia, lungo il tracciato dell’Appia antica, la strada consolare che dalla Città eterna terminava al porto di Brindisi. Potranno venire in seguito il Cammino di San Francesco (La Verna-Assisi), il Cammino di San Domenico, il Circuito del barocco in Sicilia, la Ciclovia del Sole (Verona-Firenze), la Ciclovia Ven.To (Venezia-Torino)…

“Dopo la cantoniera davanti alla quale si passò di corsa… si cominciò a respirare; la strada, in salita, è sempre più amena, i prati più ricchi di pascoli in fiore; le querce vibrano tutte per il canto degli usignoli”. Rileggiamo le pagina di Grazia Deledda, e in fondo preferiremmo passare di corsa anche davanti ad anglismi e francesismi usati dalle istituzioni per definire i caratteri della nuova offerta: energy, relax, foodies, routard. Sospendiamo quindi il giudizio sull’iniziativa. È a suo modo una scommessa e si ha l’ardire di provarci. Anche se, sfogliando le etimologie, ci sarebbe buon gioco a scoprire il rischio implicitamente evocato dai nomi. Cioè quello di risultar alla fine dei “cantonieri”: non manutentori che, fatica e sudore, “lavorano di badile” (Elio Vittorini); ma nel senso anticamente letterario di “ciarlatani, imbonitori che decantano la propria merce agli angoli delle vie”.

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