La transizione verso un’economia sempre più data-driven ha un costo energetico innegabile. Oggi, con il boom dell’intelligenza artificiale, la pressione sulle infrastrutture critiche ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in un vero e proprio stress test per le reti elettriche nazionali. In Italia e nell’area del Mediterraneo, diventati i nuovi snodi strategici nella geografia europea dei dati, l’esplosione delle richieste per nuovi data center sta mettendo in luce un collo di bottiglia strutturale: la disponibilità reale di potenza elettrica.
È in questo scenario che si inserisce l’Energy Efficiency Directive (EED) e il relativo Regolamento Delegato (UE) 2024/1364. Con questa direttiva, la sostenibilità sta progressivamente passando da elemento volontario a parametro misurabile, comparabile e sempre più rilevante nel quadro regolatorio europeo: cessa definitivamente di essere un’opzione legata al marketing per trasformarsi in un vincolo normativo rigoroso. L’introduzione di un sistema europeo di rating, basato sulla misurazione di indicatori concreti come il PUE (Power Usage Effectiveness), il consumo idrico e l’utilizzo di fonti rinnovabili, impone una trasparenza senza sconti. Ma la vera domanda è un’altra: l’EED cambierà radicalmente il nostro modo di concepire e gestire le infrastrutture, o rischia di tradursi in un mero esercizio burocratico che si limita a certificare inefficienze storiche?
Il paradosso dell’infrastruttura esistente
L’impatto dell’EED, a un’analisi attenta, è duplice e per certi versi paradossale. Sui nuovi sviluppi greenfield, dominati dai grandi hyperscaler, la direttiva agisce marginalmente, poiché questi campus nascono già progettati per soddisfare i massimi standard di efficienza richiesti dal mercato. Al contrario, il vero potenziale normativo – e la reale priorità di intervento – risiede nell’infrastruttura legacy: in Europa, ricordiamolo. Per questi asset, l’EED fornisce finalmente il “business case” decisivo per giustificare investimenti di retrofit che faticavano a trovare spazio. Un adeguamento che non è più solo una scelta ecologica, ma un’azione essenziale per proteggere il valore immobiliare e tecnologico dell’investimento, tenendo sotto controllo costi operativi sempre più esposti alla volatilità dei mercati dell’energia.
Il paradosso geografico: una norma non adatta a tutte le latitudini
Se l’obiettivo di fondo dell’EED è imprescindibile, la sua applicazione pratica rischia di scontrarsi con un limite evidente: l’eccessiva rigidità. La direttiva, infatti, tende a diventare estremamente prescrittiva in aree specifiche, obbligando gli operatori a investire in tecnologie scarsamente utilizzabili che non sempre trovano un reale riscontro operativo e geografico. L’esempio più lampante riguarda gli obblighi legati al riutilizzo del calore di scarto (Energy Reuse Factor – ERF).
L’idea di recuperare il calore generato dai server per alimentare reti di teleriscaldamento civili o industriali è, sulla carta, un’eccellente applicazione di economia circolare. Tuttavia, questo modello mostra i suoi limiti strutturali quando viene calato nella realtà dell’Europa meridionale. Come stiamo osservando nella ridefinizione della geografia europea dei data center, l’asse del Mediterraneo, con Italia e Spagna in prima linea, sta attraendo grandi investimenti, ma condivide sfide climatiche radicalmente diverse da quelle della Scandinavia. In questi territori, le temperature medie più elevate riducono drasticamente, se non annullano del tutto per molti mesi all’anno, la domanda locale di calore civile.
Il risultato è un paradosso critico: il rischio è che, in assenza di una domanda termica concreta e di infrastrutture di distribuzione disponibili, il recupero del calore possa diventare un investimento prevalentemente orientato alla compliance anziché alla massimizzazione del beneficio ambientale, a Milano come a Madrid, la cui funzione primaria rischia di limitarsi alla mera “compliance” burocratica, senza generare un reale e misurabile beneficio ambientale. Obbligare gli operatori a investire in tecnologie scarsamente utilizzabili significa disperdere capitali preziosi che potrebbero essere allocati verso frontiere ben più urgenti, come l’ottimizzazione delle infrastrutture per il raffreddamento a liquido imposto dall’AI, o l’integrazione con sistemi di accumulo di energia rinnovabile.
Un approccio normativo maturo e orientato ai risultati dovrebbe riconoscere queste differenze regionali. Diventa essenziale introdurre misure di compensazione alternative laddove il riutilizzo civile del calore si dimostri inattuabile, spingendo magari su riutilizzi industriali innovativi, garantendo così che ogni infrastruttura possa contribuire alla vera decarbonizzazione valorizzando le proprie specificità territoriali.
Il labirinto normativo: un “patchwork” che frena investimenti e innovazione
La sfida più complessa, tuttavia, risiede nella governance dell’implementazione. Sebbene l’EED stabilisca un framework di rendicontazione teoricamente comune a livello europeo, la sua trasposizione nazionale si sta rivelando frammentaria. Stiamo assistendo alla genesi di un vero e proprio “patchwork” normativo: soglie, target e requisiti di conformità variano drasticamente oltrepassando i confini, minando quella certezza del diritto che rappresenta il prerequisito essenziale per una pianificazione infrastrutturale e industriale di lungo termine.
Guardando ai principali mercati, le divergenze di approccio sono marcate. In Spagna, il legislatore sta attualmente valutando requisiti nazionali particolarmente ambiziosi per i nuovi data center, nell’ambito del progetto di Real Decreto sottoposto a consultazione nell’agosto 2026. In Italia, la crescita della domanda di capacità di calcolo si confronta sempre più con i limiti della disponibilità di connessione e della capacità della rete, rendendo inseparabili le discussioni sull’efficienza dei data center da quelle sulla pianificazione energetica. Nel frattempo, in Francia si stratificano ulteriori policy ecologiche preesistenti, mentre hub emergenti e altamente strategici per le dorsali sottomarine, come Portogallo e Grecia, rischiano di veder frenata la propria attrattività a causa di oneri di reportistica sproporzionati.
Questa disomogeneità, unita a processi autorizzativi e di raccolta dati intrinsecamente complessi, si traduce in un netto aggravio del carico amministrativo. Il pericolo reale – che come operatori del settore dobbiamo scongiurare – è quello di alimentare la burocrazia senza accelerare in modo proporzionale i risultati ecologici. La conformità non deve ridursi a un mero esercizio contabile o a un ostacolo per la messa in servizio dei progetti, ma deve fungere da volano per l’innovazione tecnologica e lo sviluppo sostenibile.
Il valore dell’esistente: la variabile del carbonio incarnato e la vera sostenibilità
Nella rincorsa all’efficienza assoluta si rischia di trascurare un principio infrastrutturale basilare: il data center più sostenibile è, molto spesso, quello già operativo. Qualora le strutture legacy faticassero ad adeguarsi ai rigidissimi parametri EED, la tentazione legislativa e commerciale potrebbe essere quella della dismissione rapida a favore di nuovi poli greenfield. Tuttavia, sostituire integralmente un impianto si rivela quasi sempre un errore strategico sotto il profilo ambientale se si introduce nel calcolo il “carbonio incarnato” (embodied carbon), ovvero il volume massiccio di emissioni generato dall’estrazione, produzione dei nuovi materiali e dall’intero processo di cantierizzazione.
In territori come l’Italia e in generale nel Sud Europa – nazioni caratterizzate da alta densità demografica, orografia complessa e un tessuto urbano storicizzato estremamente delicato – la logica del “demolire per ricostruire” mostra limiti evidenti. A fronte di una domanda infrastrutturale in ascesa, guidata dai carichi di lavoro AI, le politiche comunitarie e nazionali dovrebbero incentivare strutturalmente la riqualificazione intelligente (retrofit). Una lettura dogmatica e intollerante della direttiva rischia, al contrario, di incentivare involontariamente nuove costruzioni superflue, penalizzando gli operatori che investono risorse per ottimizzare e prolungare il ciclo di vita del patrimonio immobiliare IT esistente.
Flessibilità e pragmatismo: la vera via per la decarbonizzazione
Per sbloccare il pieno potenziale della Direttiva sull’Efficienza Energetica, il settore ha urgente bisogno di coerenza tra gli Stati membri, linee guida chiare e un processo di rendicontazione semplificato. Imporre un esercizio di conformità standardizzato – il classico approccio “one-size-fits-all” – si è già dimostrato inadeguato per un panorama infrastrutturale ed ecologico eterogeneo come quello europeo.
Al contrario, garantire agli sviluppatori e agli operatori la flessibilità necessaria per adottare misure di sostenibilità che rispecchino le reali criticità locali – dallo stress idrico in Spagna e Grecia, fino ai colli di bottiglia della rete di trasmissione in Italia – produrrà risultati ambientali nettamente superiori. L’obiettivo deve tornare a essere l’impatto reale, non la spunta di una casella burocratica.
Solo spostando il focus dalla conformità contabile al pragmatismo delle soluzioni sul campo potremo garantire una crescita realmente sostenibile, tutelando la competitività dell’intero Sud Europa nel mercato tecnologico globale. In questa transizione complessa, disporre di una visione strategica e di competenze mirate diventa il fattore decisivo per trasformare un oneroso obbligo normativo in un autentico vantaggio competitivo.
A cura di Luca D’Alleva, regional director – Southern Europe, BCS Consultancy



